martedì 27 agosto 2024

MATTER: BANKS E' SEMPRE BANKS

 

Quando ormai diverse settimane fa mi sono ritrovato in edicola davanti a questo volume, sul momento devo ammettere che non credevo ai miei occhi: era ormai tempo che le mie speranze su una edizione italiana degli ultimi tre romanzi del ciclo della Cultura (ovvero in ordine inverso di pubblicazione originale, "The Hydrogen Sonata" del 2012, "Surface Detail" del 2010 e appunto questo "Matter" del 2008)  erano perse, almeno da quando la notizia della cancellazione dell'ipotizzato adattamento TV proposto da Amazon aveva eliminato anche la possibilità di un eventuale training per un rinnovato interesse (ma forse in questo caso la cura sarebbe stata peggiore del male...). Raramente quindi sorpresa fu più gradita di questa possibilità di rileggere in modo decisamente più rilassato l'ennesima opera di un Ciclo che personalmente ritengo uno dei massimi della SF e probabilmente uno dei pochi a potersi fregiare del titolo di "capolavoro" per lo meno nel più ristretto ambito della hard-sf (e in particolare della space opera che proprio con il ciclo della Cultura ha ricevuto finalmente una nuova linfa vitale).

Lettura più rilassata di certo rispetto a quella fatta a suo tempo con l'originale inglese, dato che lo stile di Banks pur non essendo tra i più ostici non può certamente essere definito come adatto ad un principiante: per quanto possa capirne io, la traduzione di Alessandro Vezzoli mi è sembrata adeguata e allineata, al netto di alcune differenze davvero minime, a quelle di Gianluigi Zuddas e Anna Feruglio Dal Dan usate al tempo dalla Editrice Nord e riproposte anche nella recente edizione Urania Draghi dei primi tre volumi del ciclo.

Venendo al romanzo vero e proprio, Banks con quest'opera continua l'operazione di espansione e oserei dire di "de-centralizzazione" del suo universo rispetto alla Cultura stessa: ci vengono infatti presentati altri attori che a livello galattico svolgono più o meno lo stesso ruolo della Cultura e che, ci viene riferito, le sono pari per sviluppo tecnologico e capacità di influenza mentre nel gigantesco affresco della Storia fanno capolino altre razze Antiche, più o meno capaci di influire ancora sul corso degli eventi. Si sente fortissimo, quasi come se fosse un imperativo non negoziabile, il bisogno di Banks di comunicare ancora una volta come gli abissi dello spazio e del tempo siano del tutto alieni ad una mente limitata come la nostra, la quale si deve accontentare del pallido sfioramento superficiale concessoci dalla nostra immaginazione. Eppure, anche nel più inconcepibile dei disegni cosmici che dispieghi la sua frattale complessità in un tempo per noi indistinguibile dall'eternità, le singole azioni di una vita conservano il loro valore: come affermato più volte da uno dei protagonisti, è nel "qui è ora" in cui siamo chiamati ad agire che si esplica il dominio, la cui effimerità è evidente solo a chi è al di fuori di essa e non a chi vi è immerso. Nel narrare appunto le azioni dei singoli dal loro peculiare punto di vista, Banks ripropone quello che da sempre è l'interrogativo cardine delle opere del Ciclo della Cultura: è davvero possibile valutare una evoluzione, guidarla (dall'interno o dall'esterno) su sentieri che portino a dei valori oggettivamente desiderabili? Quali costi e quali compromessi siamo disposti ad accettare per avere, alla fine, un risultato che sia soddisfacente? E come essere sicuri che i nostri metri di giudizio siano davvero migliori di altri? Come sempre, Banks lascia al lettore la risposta (se davvero ne esiste una). 

Dal punto di vista strettamente narrativo poi, una delle cose che salta maggiormente agli occhi in questo romanzo è l'abbondanza di riferimenti interni ad altri eventi dell'universo della Cultura: "abbondanza" relativamente agli standard di Banks si intende, che pur senza raggiungere i livelli di "Inversioni" (che è inquadrabile come un romanzo del ciclo solo con un notevole sforzo) è sempre stato molto parco nel fornire rimandi o agganci cronologici, una scelta che appare perfettamente in linea con lo scopo di alimentare il più possibile il senso di ampiezza spaziale e temporale nel lettore. In "Matter" si prosegue invece la strada già intrapresa con "Volgi lo sguardo al vento" in un modo più coordinato, cosicché le citazioni al volo della guerra Idirana o degli eventi che videro coinvolta l'Eccessione, quasi buttati la per caso ("alla Heinlein" verrebbe da dire), si incastrano in quella che sembra essere la precisa volontà di rappresentare in modo evidente una coerente linea temporale.

Ma sono comunque dettagli, niente che possa distrarre anche il lettore occasionale e del tutto ignaro degli altri romanzi del ciclo dall'apprezzare la potenza visionaria di Banks, la sua capacità di immaginare civiltà, pianeti, ecosistemi con la facilità e la vividezza di un bambino che sperimenti i pastelli colorati su un foglio... e a noi ammiratori di vecchia data di versare l'ennesima lacrima al pensiero di quanto troppo presto le casualità della vita ci abbiano privato di questo fenomenale autore.


giovedì 28 aprile 2022

MOBILE SUIT ZETA GUNDAM: NON SOLO NEWTYPE

 


Negli ultimi mesi ho completato il (re)watch di Kidō Senshi Zēta Gandamu (ovvero Mobile Suit Zeta Gundam): era l'unica serie "lunga" dell'Universal Century di cui mi mancasse una visione completa e continua, avendone visti nel tempo solo sporadici episodi. La scelta di questi tempi particolari per la visione è stata del tutto casuale ma sarebbe inutile negare che il momento storico non ne abbia condizionato il giudizio, dati i notevoli parallelismi con l'attualità che questa narrazione animata porta con se (e che non si limitano alla lievemente inquietante "Z" del titolo e del mobile suit principale).
 

La serie narra avvenimenti che si svolgono circa 7 anni dopo la "guerra di un anno", ovvero nel U.C. 0087 (e si pone quindi dal punto di vista crnologico interno dopo le varie serie OVA come War in the pocket, Stardust Memories e MS-08 Team) ma è stata la prima serie realizzata dopo la capostipite del 1979, per l'esattezza nel 1985: lo stile del disegno infatti riflette molto quella che era la moda di quel periodo e che possiamo trovare in molte altri anime a tema SF coeve.
 

Benché ad una prima visione sommaria la serie possa apparire come una specie di "versione potenziata" della precedente del 79 data la comunanza dei temi e del modo in cui sono trattati, essa si sviluppa fin da subito lungo binari propri. Il parallelo Camille Bidan/Amuro Rey si rivela infatti solo apparente e questo fin da prima che il personaggio di Amuro entri effettivamente in scena. La parte riservata allo storico protagonista poi è abilmente ritagliata in un ruolo da comparsa che ha il doppio significato di segnare sia la distanza temporale degli avvenimenti che al situazione stessa di Amuro, trasformatosi da eroe di guerra a personaggio scomodo da dover praticamente tenere in esilio forzato. A differenza di Amuro Camille appare come una persona dalle idee chiare, tutt'altro che indeciso anche se decisamente impulsivo, e la cui maturazione nel corso della serie sarà rivolta più ad una presa di coscienza della realtà del mondo che di quella di se stesso.
 

Se il declassamento a ruolo di comprimario riservato ad Amuro ha un suo preciso significato, cosa dire del trattamento riservato a lui, alla (ex) Cometa Rossa, a quel Char Aznable che continua imperterrito ad essere al primo posto nella classifica degli antagonisti più carismatici? Beh possiamo dire che il cambio di nome è di certo qualcosa di più di un semplice vezzo narrativo: posso solo immaginare le reazioni di chi nell'85 si è trovato sul teleschermo il personaggio in questa veste, spogliato di buona parte di quelle caratteristiche che ne avevano fatto la fortuna. Eppure il cambiamento di Quatro/Char è una delle cose che più ho apprezzato di questa serie: vedere l'impatto che la vicenda di Lalah ha avuto su di lui, letteralmente trasformandolo, risulta affascinante. E' un qualcosa che traspare piano piano e che in certe scene ti lascia ammutolito come quella, memorabile, in cui lo sappiamo piangere (in una inquadratura volutamente presa di spalle). Che si dispiega in certe battute ("Non sarebbe il caso di abbandonare quegli occhiali da sole?") e che lo porta a rinfocolare il suo contrasto con Amuro, reo quest'ultimo ai suoi occhi di lasciarsi scivolare la storia addosso senza fare niente per tentare di cambiarla.
 

Qualcosa da dire c'è anche sugli altri personaggi ovviamente, a cominciare da Bright Noah (da sempre uno dei miei preferiti) quadrato e affidabile come al solito (ma che emozione la scena della lettera dei figli? Sicuramente una delle più potenti dell'intera serie) e da suo emulo Hayato, fino ad arrivare ai personaggi femminili: fatta salva una certa retorica tradizionalista dei dialoghi (a cui il doppiaggio italiano ovviamente rende poca giustizia) sono certamente loro i personaggi che più hanno da dire in questa serie. A Reccoa, Emma, Haman Karn e poi Four e Rosamia sono affidate le parti più importanti e significative, tanto da mettere decisamente in ombra i loro compagni maschili.
 

Quindi, tutte luci in questa serie? Putroppo no, e le pecche non sono da poco. Ad esclusione di Haman gli antagonisti sono decisamente sotto tono: troppo sopra le righe Bask Om, troppo defilato Jamitov, inutilmente macchiettistico Scirocco (un personaggio che pure aveva del potenziale), eccessivamente semplificato Jarid Messa, dei Titani salvo solo Yazan Gable perchè la sua ferocia al limite del gratuito ben rappresenta un certo tipo di soldato. Siamo assai lontani dalla complessità degli Zabi! Anche la sceneggiatura presenta dei limiti, con una parte centrale eccessivamente lunga e un finale troppo precipitoso (che paga anche la decisione, presa in corso d'opera, di varare la successiva e contestatissima ZZ Gundam). Su tutto, l'evoluzione nella rappresentazione dei newtype e delle loro capacità che da semplici sensazioni assurgono a veri e propri poteri psicocinetici, in un vortice di misticismo che risulta spesso forzato, artificioso e poco allineato alla rappresentazione realistica degli eventi.
 

Infine, non si può parlare di una qualunque serie di Gundam senza parlare di Mobile Suit e anche qui direi che le ombre superano le luci: questa serie segna infatti il debutto dei controversi Mobile Suit trasformabili che, se si fossero fermati a questa rappresentazione avrebbero potuto avere anche un loro senso come "moda" tecnologica temporanea (è accaduto spesso nella storia, si pensi alle ali a geometria variabile) ma che hanno generato purtroppo una discendenza assai poco onorevole. Ma se lo Z Gundam per certi versi è ancora digeribile la serie si contraddistingue per alcuni dei Mobile Suit più brutti che si ricordino: a partire dai vari Methuss, Hamrabi (inquietantemente simile ai soldati di Vega di nagaiana memoria) e Byarlant passando per quelli progettati da Scirocco (decisamente uno peggio dell'altro) fino ad arrivare all'imbarazzante Baund Doc che riesce nell'incredibile impresa di far sembrare elegante il Big Zam: il tutto per tacere dello Psyco Gundam, la cui bruttezza va di pari passo con le dimensioni. A salvare la baracca rimangono i sempreverdi GM-79 (qui nella versione MSA-003 Nemo, purtroppo decisamente penalizzata dall'assurdo schema colori dell'AEUG) e gli eterni Zaku II (qui di nuovo riproposti nella ennesima incarnazione, la RMS-106 Hizack) ma soprattutto gli originali Rick Dias e soprattutto gli RMS-108 Marasai, sicuramente uno dei mass production mobile suit più belli che siano comparsi nelle varie serie del franchise.

lunedì 31 agosto 2020

LA PROMESSA MANCATA: DUE PAROLE SU "INTERSTELLAR"

 


Non è esattamente una coincidenza che in questo periodo dominato dall'uscita nei cinema di "Tenet" mi sia venuto in mente di scrivere un paio di miei pensieri su "Interstellar": era già da un po' che volevo farlo e molto probabilmente il continuo parlare di Nolan e del suo cinema in praticamente ogni angolo della mia socialsfera mi ha dato la spinta finale in questo senso.

Certo "Tenet" ha, rispetto al suo predecessore, un compito notevolmente più facile da assolvere e non soltanto a causa degli effetti della pandemia di COVID che lo ha promosso (in modo assolutamente imprevedibile) a salvatore della stagione cinematografica 2020: nonostante le più che prevedibili aspettative infatti non ho affatto rilevato per questa pellicola l'aura di neomessianità che si respirava tra le fila del numeroso e variegato popolo degli appassionati di SF nel periodo precedente (e per molti versi successivo) l'uscita della pellicola del 2014. Su "Interstellar" infatti si era detto di tutto e di più fin dalle prime indiscrezioni sulla lavorazione: sul fatto che sarebbe stato il nuovo "2001", sul suo (para)realismo scientifico, sulla complessità della sua trama e sulla molteplicità dei suoi significati.

Ora, ad una significativa distanza dalla sua prima uscita e dopo un ragionevole numero di visioni, di tutto ciò che ci si aspettava cosa possiamo legittimamente dire che sia stato davvero rispettato e cosa no?

In sintesi potremmo dire che in "Interstellar" c'è molto di buono, qualcosa anche decisamente ottimo, ma ci sono anche diverse pecche che non possono essere ignorate. C'è una potenza visiva impressionante, soprattutto in alcuni passaggi: nonostante la fotografia non raggiunga i livelli di "Blade Runner 2049" (che probabilmente ha fissato il nuovo stato dell'arte per questo aspetto) la costruzione delle scene spaziali e la loro resa in alcuni tratti lasciano letteralmente senza fiato. Il soggetto è intrigante e la scelta dei personaggi azzeccata, sia a livello di script che a livello interpretativo. Ma,ma,ma... la trama in alcuni tratti risulta banale e gli espedienti narrativi (soprattutto nel finale) risultano oltremodo forzati, quasi puerili: "Arrival", ad esempio, che per certi versi ha una costruzione decisamente simile è certamente meglio riuscito sotto questo aspetto. Il film soffre di un eccessiva lunghezza in alcuni tratti che va a diretto scapito della drammaticità degli stessi, drammaticità che appare appesantita in modo innaturale, e di una certa qual didascalità di alcuni passaggi che produce una fastidiosa sensazione di artificialità.

Sicuramente il cinema di SF ha visto di molto, molto peggio nella sua storia e "Interstellar" probabilmente si guadagnerà nel corso degli anni l'invidiabile status di visione obbligatoria per qualunque appassionato del genere... ma parlare di capolavoro è in questo, come in molti altri casi recenti, decisamente fuori luogo.

lunedì 10 febbraio 2020

FOR ALL MANKIND: LA CORSA ALLO SPAZIO CHE AVREMMO VOLUTO?



Si è parlato relativamente poco di "For All Mankind": in parte, sicuramente a causa del fatto che a produrla sia Apple TV+ la quale, nonostante le aspirazioni, è ancora alquanto lontana dai volumi di ascolto di Prime Video, Disney+ o Netflix ma in parte anche perchè è una serie molto particolare che come vedremo si rivolge ad un target decisamente specifico.

L'idea alla base della serie è che nel 1969 i sovietici siano arrivati per primi sulla Luna, "bruciando" letterarmente sul tempo gli statunitensi, e che in generale i piani di sviluppo spaziale dell'URSS siano proseguiti anche nella seconda metà degli anni '60 e seguenti con la stessa efficienza che avevano dimostrato negli anni precedenti. Partendo da questa ipotesi ucronica la serie imposta la sua speculazione direttamente sugli anni in oggetto, creando una sorta di "passato alternativo" in cui la corsa allo spazio continua speditamente, spostando di volta in volta i traguardi sempre più avanti.

L'approccio scelto è, potremmo dire, "iperrealistico": laddove possibile sono stati inseriti personaggi realmente esisisti (come Von Braun, Armstrong, Aldrin ma anche Gene Krantz e Deke Slayton che hanno un ruolo assolutamente di primo piano) e anche quelli fittizi sono stati modellati sulla base di personale della NASA effettivamente coinvolto nei vari programmi spaziali. Quasi tutta la tecnologia mostrata o è stata effettivamente utilizzata oppure si riferisce a progetti e prototipi realmente ideati anche se poi mai realizzati e abbandonati in seguito alla ristrutturazione dei budget della NASA con la fine del programma Apollo.

Questo approccio produce due effetti interessanti: da un lato, nonostante il montaggio lo sviluppo degli eventi (visto sempre ed esclusivamente dal lato USA) è sostanzialmente lento, scandito com'è dalle lunghe settimane di preparazione delle missioni, cosa che lascia molto spazio alla possibilità di indagare il lato umano dei vari personaggi e delle varie situazioni in cui li ritroviamo coinvolti. C'è il ruolo della politica, con la sua richiesta di risultati e la ricerca del colpevole in caso di fallimento; c'è l'esplorazione del privato, spesso messo in ombra (quando non nascosto) dalle necessità di essere sempre e comunque professionali. Anche alcuni temi oggi molto spesso cari alle produzioni cinetelevisive come la discriminazione sessuale trovano il loro spazio e non appaiono mai forzati, anche perchè basati su considerazioni e fatti decisamente conclamati (a tal proposito, se non lo avete già fatto, recuperate e vedetevi lo splendido "Il diritto di contare", basato sulla storia di Katherine Johnson). Ne risulta una serie molto "british", in cui si parla molto e si agisce relativamente poco, il che ovviamente può risultare indigesto per chi, a differenza del sottoscritto, non ami particolarmente questo genere.

L'altro effetto che si riscontra è una certa "estraniazione" che si prova di fronte ad alcune situazioni: già per gli esponenti della mia generazione che bene o male ha vissuto solo gli ultimi scampoli della guerra fredda (ma che viceversa è ben conscia dei budget risicati con cui sono costrette a convivere le agenzie spaziali) molti dei rischi e delle scelte che vengono fatte nel corso della storia appaiono ben più che azzardate... eppure basta documentarsi un attimo su quello che fu effettivamente lo svolgersi degli eventi durante la corsa allo spazio innescata dal lancio dello Sputnik per rendersi conto di quanto la psicosi antisovietica potesse giustificare sia l'immensa quantita di denaro speso sia la forzatura dei tempi tecnici in spregio, a volte, anche delle norme di sicurezza.

La qualità della sceneggiatura rimane decisamente buona per tutto il corso della serie: soltanto nella seconda parte, in cui con lo scorrere del tempo la parte speculativa prende decisamente il sopravvento su quella storica, si assiste ad un certo incremento della drammatizzazione, forse spinta al limite per aumentare un po' il dinamismo della serie che come abbiamo detto si gioca su tempi lunghi. In particolare il climax della stagione probabilmente risente di una eccessivo insieme di circostanze contemporanee che portano per un attimo ad interrompere la sospensione di incredulità, soprattutto perchè in contrasto con la linearità degli eventi precedenti... si tratta comunque di un caso alquanto isolato che non compromette la qualità dell'insieme. La recitazione è sempre su ottimi livelli, cosa non facile data la quasi totale mancanze di scene di azione pura e il fatto che anche le scene corali con più di tre o quattro personaggi sul set contemporaneamente non sono affatto frequenti.

La serie è stata rinnovata per una seconda stagione e sono decisamente curioso di vedere come evolverà... sono però scettico su una sua eventuale prosecuzione ulteriore, nonostante le critiche siano in generale buone: è una serie che a mio avviso gioca la sua carta migliore su un certa "nostalgia" per i viaggi spaziali degli anni 60 e 70 e probabilmente l'allontanamento da quello specifico slot temporale toglierebbe molto del fascino, rendendola eccessivamente simile ad altre già presenti nei vari palinsesti.

giovedì 26 dicembre 2019

STAR WARS IX: IL CANTO DEL CIGNO?





“Io sono… Iron Man!”

No, il titolo non è sbagliato, l’intenzione è quella di parlare di Guerre Stellari e il senso della prima frase apparirà chiaro tra un po’. La decisione di metterla in apertura è dovuta al fatto che è proprio quella frase o meglio, ciò che le gira intorno, che mi ha spinto a scrivere queste riflessioni.

Per giudicare in modo obiettivo il nono episodio della saga ideata da George Lucas e più in generale tutto ciò che ruota attorno alle nuove trilogie (prequel e sequel) è necessaria una premessa che a molti può apparire scontata ma che pure nel mondo perverso del fandom, soprattutto nell’era di Internet, sembra non esserlo affatto. Da quando il cinema è diventato una industria i film si fanno essenzialmente per fare soldi e di soldi i film della saga di Guerre Stellari ne hanno fatti (e ne faranno) a palate. Con i biglietti certo ma soprattutto con quello che ci gira intorno come licenze e merchandising (è lì che si fanno “i veri soldi” come saggiamente enunciava il geniale Mel Brooks in “Spaceballs”) e quindi, che piaccia o no, i nuovi film di SW hanno ben giustificato la loro esistenza.

Detto questo, si può passare ad esaminare meglio la pellicola dal punto di vista cinematografico… e il risultato è, a parere di chi scrive, che episodio IX è decisamente il film meglio riuscito tra quelli delle nuove trilogie, probabilmente secondo solo a Rogue One (e anche il motivo di questo sarà chiaro tra poco). E’ indubbiamente ben girato, tanto che le oltre due ore e mezzo di film scorrono senza lasciare spazio a momenti di pausa… anzi, uno dei difetti è probabilmente l’eccessiva rapidità degli eventi nella prima parte dove il montaggio appare piuttosto confuso, come se si fosse stato necessario “tirare via” per portare gli eventi al punto in cui la vera storia inizia a dipanarsi. Sempre nella prima parte è concentrato anche il secondo grande difetto del film ovvero l’overdose di battute che non sempre (anzi, abbastanza raramente) sembrano in tono con gli eventi a cui si sta assistendo. L’ironia dei film della trilogia classica qui straborda nell’esagerazione e pur non raggiungendo certi livelli (si, mi sto riferendo a Thor:Ragnarok) risulta comunque indigesta. Fortunatamente il registro cambia a circa un terzo del film, lasciando spazio ai due protagonisti il cui scontro/confronto è decisamente ben sviluppato, con almeno un paio di momenti molto coinvolgenti: Adam Driver qui è in grado di dimostrare buona parte della sua bravura ed è il suo personaggio che regge buona parte del peso della pellicola. La conclusione, benché per certi versi prevedibile, viene comunque raggiunta in un modo non del tutto scontato e la sensazione durante i titoli di coda è quella di non aver sprecato i soldi del biglietto.

Questo ci porta direttamente a quella che a mio avviso è la riflessione forse più importante da fare ovvero: dal punto di vista narrativo e qualitativo (e al netto della considerazione messa a cappello di queste righe) questo e il resto delle pellicole della nuova esalogia hanno o meno un loro senso? La mia risposta a questa domanda è un sonoro “No” e per diversi motivi: quarant’anni fa Guerre Stellari fu decisamente qualcosa di innovativo, in grado di cambiare la storia dell’intera SF cinematografica. Se oggi legioni di persone citano a memoria intere battute dei film, se circolano centinaia di meme su Han, Yoda o Boba Fett è perché l’impatto sull’immaginario collettivo di quelle opere fu dirompente. Oggi però ciò che nel ’77 appariva nuovo è poco più che normale e se tra altri quarant’anni continueremo a parlare di Jedi e di spade laser probabilmente sarà sempre riferito in larga parte alla trilogia originale mentre di queste nuove opere poco o niente sarà ricordato. E questo perché al netto dell’effetto nostalgia nel rivedere il Millennium Falcon sfrecciare nel nero spazio trapuntato di stelle, niente potrà davvero sostituire nei pensieri di chi è cresciuto mangiando pane e Forza l’effetto della narrazione originale in quanto indissolubilmente legata a momenti che sono ormai sedimentati nella memoria. Per quanto riguarda invece le nuove generazioni, quelle per cui la storia dovrebbe risultare nuova come lo era per i loro genitori.. ecco loro hanno già nuovi miti, nuove icone che hanno formato il loro immaginario. Non credo che qualcuno di loro tra trent’anni ricorderà una sola delle battute di Kylo Ren mentre sono pronto a scommettere che tutti ricorderanno lo snap di Thanos o le frasi di Nick Fury. E questo non perché le battute di Han Solo fossero migliori di quelle di Poe o di Finn o perché lo siano quelle di Steve Rogers o di Hawkeye… è semplicemente perché ogni tempo ha le proprie icone. A meno di non essere in grado di creare qualcosa di davvero nuovo (e in questo Rogue One ha sicuramente dei meriti che le altre pellicole non hanno, al pari del piu recente e televisivo The Mandalorian) meglio lasciare i vecchi miti risplendere nelle loro meritate teche delle memoria.

“Io sono Iron Man”
“Lo so”

martedì 5 novembre 2019

ONE-PUNCH MAN: UNA ANALISI (SEMI)ARTICOLATA




Dato lo scarso tempo a disposizione ormai sono poche le serie regolari che seguo con costanza. Una delle poche eccezioni è appunto One-Punch Man, serie nata come webcomic del solo One e poi serializzata anche il fumetto tradizionale con i disegni del sempre più bravo Yusuke Murata, la cui mostruosa evoluzione tecnica è ben visibile volume dopo volume. 

Essendo ormai arrivata al volumetto 18 nella edizione italiana (curata dalla Planet Manga) possiamo iniziare a delineare un giudizio un po' più articolato su quest'opera, giudizio che secondo me è tutt'altro che banale.

Ad una prima lettura infatti, l'opera si mostra essenzialmente come una parodia dei manga di combattimento (alla Dragonball per intenderci) di cui riprende lo schema classico, basato su una serie infinita di scontri a base di tecniche speciali, distruzioni e fiumi di sangue che scorrono copiosi in un tipico tripudio splatter. I personaggi coinvolti però risultano in molti casi estremizzazioni grottesche del topos supereroistico, a partire dai nomi (con esempi come "Pri Pri Pisoner" o "Superlega Nerolucido") fino ai costumi, ai nemici (una bizzara sequenza di esseri mostruosi, la cui fonte di ispirazione è di evidente stampo Nagaiano) fino ad arrivare a quello che dovrebbe essere il protagonista (ma che come vederemo è tale solo in parte), ovvero quel Saitama che dopo un improbabile allenamento ha assunto una forza tale da riuscire a sconfiggere ogni nemico con un semplice, singolo pugno. L'estrema ingenuità del protagonista è alla base di molte delle gag di cui sono intrisi i vari episodi che con il procedere della storia si concentrano sempre più sui personaggi comprimari a scapito prorio di Saitama, il cui potere risolutivo sembra essere sempre meno indubitabile, tanto che la curiosità si orienta fondamentalmente sul sapere cosa l'autore riuscirà ad inventarsi per alimentare la catena di eventi il cui finale appare scontato in modo più che evidente.

Eppure, oltre questo primo livello di lettura che allineerebbe l'opera ad altre di stampo prettamente umoristico ce ne sono almeno altri due, molto meno scontati, che però appaiono sempre più evidenti con il proseguirsi dell'opera.

La prima è la satira sociale: è una caratteristica che non si riscontra frequentemente nelle opere nipponiche, soprattutto in quelle mainstream di produzione recente, di solito molto più attente alle dinamiche personali e inter-personali che a quelle sociali. Eppure molto in One-Punch Man sembra parlarci di questo: si comincia dalle anonime città tutte uguali e identificate solo da una lettera, che ad una prima lettura sembrano appunto una parodia delle anonime ambientazioni di sfondo di molti altri manga ma che invece nascondono una sottile critica alla "disumanizzazione" operata dagli organismi statali, abituati a ragionare sotto forma di numeri e percentuali astratte assai lontane dalle effettive conseguenze sulle persone reali. Si passa poi al comportamento delle Organizzazioni (sia quella degli Eroi che quella dei Mostri) e della maggioranza stessa dei loro membri, tutti concentrati in modo ossessivo sulle loro dinamiche interne e sul loro impatto mediatico, nonchè sulla soddisfazione del proprio ego e che sembrano vivere in una sorta di "universo di regole" autoreferenziale completamente scollegato dal mondo reale. Personaggi come Dolcetto Mask o Tempesta Infernale ne sono esempi tipici e il confronto con Saitama, con la sua completa incomprensione di questo quadro dovuta al suo apparire perennemente in bilico tra l'ingenuo e lo stupido, è certamente una delle dinamiche più ricorrenti.

Il secondo livello di lettura è quello relativo alla riflessione sulla natura umana che si esprime soprattutto nel personaggio di Saitama e ancora di più a mio avviso in quello che al momento è uno dei personaggi secondari più importanti, ovvero Garo.
Il rapporto di Saitama con la sua condizione è uno dei cardini del fumetto, infatti da un lato la sua condizione di "superuomo" non ha minimamente scalfito la sua gabbia di comportamenti da "salary men" del fondo scala sociale, fatta di acquisti a sconto nei mini market e religioso rispetto delle regole condominiali, e dall'altro sembra avergli tolto anche l'ultima possibilità di autorealizzazione. Nella ricerca di uno scopo alla sua esistenza, laddove quella di "Eroe istituzionalizzato" sembra irraggiungibile ancor prima per poca convinzione personale che per obiettivi limiti di conformazione alle regole di quel mondo, il piacere della vittoria in una sfida dall'esito imprevedibile sembrava l'unico modo per per Saitama di affermare la sua esistenza in un universo che lo ignora e in cui lui (e tutti i suoi simili) non hanno alcuna rilevanza. Vittoria dopo vittoria, Saitama scivola sempre più nella malinconia e le vidende del mondo gli appaiono sempre più trascurabili, con il loro esito e il suo ruolo in esso sempre meno dipendente dalla sua volontà.
All'estremo opposto si pone invece Garo, che nel dipanarsi della storia appare in modo crescente come un concentrato di pura Volontà: dai vari flashback che illustrano il suo passato, appare evidente come la sua rabbia nasca da un profondo disprezzo per stereotipi e regole che a lui appaiono illogiche, seguite per puro conformismo o convenienza, e dal suo profondo desiderio di piegare ai propri voleri un destino che a molti appare segnato ed ineluttabile... c'è una profonda solitudine nel suo personaggio e una drammaticità a tratti epica, che spingono ad essere dalla sua parte nonostante la sua arroganza ed il suo egoismo.

L'inevitabile scontro che per queste due figure sembra profilarsi all'orizzonte e le ricadute che avrà nel One-verso saranno probabilmente un punto dirimente per il futuro dell'opera...

domenica 27 gennaio 2019

STAR TREK:DISCOVERY - UN RITORNO ALLE ORIGINI




Dopo un bel po' di tempo da quando l'ho avuta a disposizione, sono riuscito a vedere Star Trek:Discovery. In rete si è parlato molto di questa serie, l'ennesima del franchise creato da Gene Roddenberry ma la prima ad essere prodotta e distribuita da una rete non "canonica": in particolare, i fan si sono divisi in sull'aderenza della serie allo "spirito" Star Trek (da ora in avanti, per brevità, ST), se esso (qualunque sia) fosse effettivamente stato rispettato o se la serie non andasse fondamentalmente per i fatti suoi, riducendo quindi l'universo ST ad una semplice ambientazione. E' questo un dibattito non nuovo quando si parla di prodotti relativi alla creazione di Roddenberry e a mio ricordo esiste fin dai tempi di ST:Enterprise... personalmente ritengo che nel valutare una serie che per esplicita dichiarazione degli autori si pone a pieno all'interno dell'universo ST occorra tenere presente tre parametri, ovvero:

- La qualità intrinseca della serie in se (a prescindere quindi da qualunque considerazione affine all'universo ST)
- La coerenza interna ed esterna rispetto ai canoni del resto dell'universo ST
- L'aderenza rispetto alle idee filosofiche proprie dell'universo ST, così come sviluppate da Roddenberry nella serie classica e nelle sue dirette derivate.

Per questioni pratiche partirei dall'esame del secondo punto, in quanto per molti versi è quello su il giudizio deve essere in parte sospeso. Non essendo ancora stata interamente trasmessa la seconda stagione infatti,sono molte le domande relative allo sviluppo dei fatti narrati in Discovery e relative al resto del canone ST che rimangono senza risposta (come mai non è stato introdotto su vasta scala il motore a Spore? Quali sono le effettive conseguenze dell'interazione con l'universo Specchio?) ma è comunque possibile stabilire alcuni punti fermi. Sono tra coloro che apprezzano molto la coerenza all'interno di una ambientazione comune (mi rendo conto però che questa è un mero gusto personale) e credo che non sia possibile negare lo sforzo che gli autori di Discovery hanno fatto in questo senso. Era il loro un compito decisamente più arduo di quello affrontato a suo tempo dagli autori di ST:Enterprise, data la vicinanza temporale agli eventi della serie classica in cui è collocata la serie Discovery, ed era prevedibile che alcune scelte stilistiche sarebbero risultate inevitabilmente poco digeribili in questa ottica. Occorre sempre tenere presente che esistono anche esigenze di tipo commerciale che condizionano gli aspetti della produzione di serie come questa... personalmente la cosa che probabilmente mi ha suscitato maggiori dubbi è il design delle astronavi, sia klingon che federali. Se infatti è secondo me possibile sorvolare sulla caratterizzazione visiva della fisionomia klingon, facilmente integrabile nei canoni senza dover ricorrere al sofisticato retcon utilizzato per i klingon di ST:TOS, lo stravolgimento a cui sono state sottoposte alcune navi classiche (come gli incrociatori classe D7) risulta francamente esagerato. Dal punto di vista della Flotta Stellare d'altra parte, se per quanto riguarda il design esterno delle nuove classi viste nella serie si è cercata una "estrapolazione" evidente del design della NX-01 di ST:Enterprise, il confronto dimensionale sia esterno e soprattutto a livello di spazi interni risulta decisamente incoerente se si considera, come da canone, la classe Constitution a cui appartiene l'Enterprise della serie classica come punta di diamante delle costruzioni astronavali federali di quell'epoca (per non parlare dello scivolone relativo alla presenza, sulla Discovery, addirittura di un ponte ologrammi, seppur in una sua limitata versione dedicata all'addestramento tattico).

Più complessa e decisamente più ostica è la valutazione del primo punto, ovvero della qualità della serie in se. Fortunatamente per noi appassionati di SF, i tempi di penuria relativamente alle serie ad ambientazione spaziale sono ormai un ricordo lontano... questo d'altra parte implica che per spiccare un prodotto debba necessariamente avere ottime carte da giocarsi. A complicare la questione si inserisce anche un ulteriore elemento, ovvero il definitivo orientamento dei prodotti anche seriali (soprattutto se prodotti dalle piattaforme come NetFlix) da una trama essenzialmente verticale in cui gli archi narrativi principali sono ristretti al singolo o a due episodi (con al massimo una trama di fondo da svilupparsi nell'arco della stagione) ad una completamente orizzontale, in cui abbiamo fondamentalmente lo sviluppo di una singola storia in cui i fatti esterni possono al limite generare deviazioni di breve durata. Questo porta da un lato ad avere meno spunti narrativi utilizzabili ma di contro la possibilità di approfondire maggiormente le implicazioni a livello di intreccio e in generale a sviluppare storie più sofisticate e meno suscettibili di risoluzioni affrettate. La trama di ST:Discovery è da quasto punto di vista ben sviluppata anche se il plot twist utilizzato sembra comunque troppo tirato (possibile che l'ammiraglio Cornwell, psicologa, data la sua conoscenza intima di Lorca, non riesca ad andare oltre un banale sospetto di stress post-traumatico?) mentre sono rimasto un po' deluso dallo spazio dato ai personaggi minori dell'equipaggio, soprattutto di plancia.:L'azione si focalizza fondamentalmente sui personaggi principali e a volte si ha la netta di impressione di una giostra galattica che comunque gira sempre intorno ai medesimi perni. La scelta della trama di base della storia, ovvero la guerra Federazione-Klingon, risulta evidentemente fatta allo scopo di massimizzare la possibilità di inserire scene di azione a scapito di momenti più intrinsecamente riflessivi nonché di avere mano libera nel forzare i comportamenti  dei singoli personaggi e questo ci porta direttamente alla questione più spinosa da affrontare ovvero: questo Discovery è o non è Star Trek?

Quando a suo tempo fu prodotta ST:Enterprise ero molto scettico sulle scelte operate in fase di definizione degli elementi della serie: una serie di ST senza Federazione, senza Flotta Stellare... sembrava una operazione commerciale destinata a non avere un'anima propria. A posteriori invece  posso dire che Enterprise è, nonostante alcuni difetti, un'ottima serie, pienamente inserita nell'universo e nella filosofia Trek. Lo è proprio perché l'idea di base era quella di creare una serie che raccontasse la "definizione"  di quella filosofia... rappresentare un'umanità al suo primo confronto con lo spazio profondo, fondamentalmente diversa da quella della serie classica in quanto ancora "giovane", così come le sue controparti che andranno a comporre la spina dorsale della Federazione. Raccontare gli inevitabili scontri, dovuti alle differenze evolutive e il difficile percorso per superarle. Non è un caso che la parte migliore di Enterprise sia il lungo arco narrativo che mostra la nascita e l'evoluzione del difficile rapporto con gli Andoriani, così diversi dai Vulcaniani e per certi versi terribilmente affini ai terrestri. In Discovery, come già detto, la sfida era molto più difficile: cronologicamente abbiamo a che fare con una Federazione pienamente formata e con una Flotta Stellare che già da lungo tempo si affida alle proprie direttive... gli autori quindi, hanno alla fine deciso di puntare sul classico. Discovery, fondamentalmente, non fa che attingere a piene mani alle varie serie di ST per costruire una storia (l'ennesima) in cui i principi della Federazione e le direttive della Flotta Stellare sono messe alla prova: quale fan di ST non ha pensato, mentre si decide il futuro di Qo'no'os, alle decisioni di Picard relative al virus anti-Borg? Certo, si spara molto in Discovery, più di quanto non si parli, ma questo è un mero fatto contingente, una scelta stilistica più che filosofica. Alla fine, quando si arriva alla resa dei conti ed è necessario scegliere tra la propria vita ed i propri principi, la risposta è inevitabilmente una sola... ed a salvare la provvidenziale coppia "capra e cavoli" non può che essere una "terza soluzione" di kirkiana memoria!

Infine, un ultimo appunto. Sono, quelli di oggi, tempi difficili: siamo preda, in vari modi, di vecchie paure e il futuro sembra permeato più di ombre che di luci. Oltre gli scontri, oltre i duelli coreografici, ST:Discovery ci ricorda che l'unione e la vera collaborazione sono un qualcosa di profondamente difficile, per certi versi di innaturale. Richiedono un tremendo sforzo di volontà per comprendere chi è diverso da noi, mentre crogiolarci nella apparente sicurezza della nostra tribù è semplice come respirare... ma soltanto se sappiamo guardare oltre le apparenze, oltre i nostri limiti che sono umani ma non per questo insuperabili, possiamo costruire qualcosa che abbia davvero la possibilità di durare e che ci possa proteggere dai nostri stessi errori. Se esiste una filosofia, un insegnamento portato avanti dall'universo di ST, non può che essere questo.