venerdì 12 agosto 2016

TERRESTRI O RAMANI: L’INTERMINABILE RICERCA DELLA CONOSCENZA SECONDO ARTHUR C. CLARKE



Ci sono opere lette o viste quando sei in quella zona grigia che segna il confine tra la fanciullezza e la piena adolescenza che ti rimangono appiccicate addosso come una seconda pelle, acquistando un significato particolare del tutto indipendente dal loro intrinseco valore artistico o letterario.


In effetti, “Rendezvous with Rama” di Arthur C. Clarke pur rivestendo un ruolo di primo piano tra le opere di hard SF per la plausibilità con cui l’autore descrive il mondo errante di Rama e i dettagli della sua esplorazione, non può certo essere definita un opera letterariamente straordinaria. In essa si ritrovano infatti condensati tutti i pregi e i difetti del Clarke scrittore,  che ti prende per mano con il suo stile asciutto e scorrevole trasportandoti senza troppi virtuosismi nel pieno dell’azione dei personaggi, il cui approfondimento psicologico è molto spesso appena accennato quando non del tutto tralasciato. E non è certamente andata meglio quando con la criminale complicità di Gentry Lee Clarke ha cercato di modificare questi aspetti producendosi in una trittico di seguiti per la cui definizione il termine più gentile che mi viene in mente è “superflui”.


Ma tutto questo , quando sfoglio per l’ennesima volta le pagine di Incontro con Rama, svanisce.


Mi ritrovo ancora lì, nello spazio, aggrappato alle pagine come l’Endeavour all’estremità del colossale cilindro alieno. Mi accorgo di socchiudere gli occhi  scrutando nella penombra, mentre il cuore perde un battito ad ogni lancio di bengala che illumina l’immenso e oscuro vuoto del suo interno. Mi accompagnano le vertigini mentre seguo la frenetica risalita del comandante Norton sulla scalinata Alfa, tra il rombare delle raffiche di vento, e mi ritrovo con la bocca socchiusa come uno stupido mentre lo immagino lì, piccolo ed inerme, impietrito e quasi schiacciato dall’improvviso sgorgare luminoso dell’alba Ramana. 


Anche a distanza di anni e dopo un numero ormai incalcolabile di riletture, questo romanzo riesce a suscitarmi le stesse emozioni di quando lo sfogliai la prima volta, con una sola ed essenziale differenza.


Non saprei dire in quale momento questa riflessione abbia preso corpo, sta di fatto che adesso mi appare chiaro, ogni volta che riprendo in mano le pagine, come Clarke abbia trasfigurato nell’esplorazione di Rama una metafora dell’uomo e della sua ricerca della conoscenza, se non della Verità nel senso filosofico del termine. Al pari dell’Uomo, l’equipaggio di Norton si getta nel buio dell’ignoto alla ricerca di risposte: con applicazione ed ingegno ne trova di parziali, come pezzi di un puzzle che faticosamente tenta di comporre e di cui a volte sembra intravedere il risultato finale. Arriva persino a difenderle, rischiando la vita, contro chi per paura dell’ignoto vorrebbe distruggere invece che cercare di capire. Eppure alla fine  gli interrogativi più importanti rimangono senza una risposta: chi sono davvero i ramani (e quindi l’Uomo)? Da dove vengono, e dove stanno andando? Quale è lo scopo ultimo di ciò che hanno costruito? Tutto questo ci rimane sconosciuto e l’unica cosa che possiamo fare è prendere la conoscenza che abbiamo così faticosamente accumulato e metterla da parte, rielaborandola fino a che non avremo la possibilità di trovare le tessere che ci mancano per comporre il puzzle in cui siamo immersi.

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