giovedì 4 agosto 2016

MAD MAX: GEORGE MILLER E LA “PARABOLA INVERSA” DELLA CIVILTA’


Il mio amore per la saga di Mad Max affonda le sue radici nell'infanzia, a quei passaggi televisivi nelle notti estive quando ancora avevo l'età che si computava con una sola cifra... un amore immediato, di quelli da colpo di fulmine, del tutto ignaro delle eredità culturali che soprattutto il secondo capitolo già allora aveva largamente diffuso nei vari media visuali. L'ultima fatica di George Miller (Mad Max: Fury Road), oltre all'inconfutabile merito di aver spiegato (di nuovo) a tutta una generazione di registi come si debba girare un road movie degno di questo nome, mi ha riportato alla mente una serie di considerazioni che già quando vidi il terzo film della serie (ovvero Mad Max - Beyond the Thunderdome, 1985) avevo formulato ma senza arrivare ad una conclusione soddisfacente. Alla luce dell'ultimo film posso dire che il problema era proprio dovuto alla "pellicola Thunderdome" che, pur con i suoi pregi, presenta anche molti difetti soprattutto nel registro narrativo che a volte deborda pericolosamente verso il "juvenile movie" (pericolo sempre incombente quando si sceglie di mettere dei bambini come co-protagonisti). Quindi, pur non potendo disconoscere in toto questo capitolo della saga tendo a considerarlo un incrocio tra un intermezzo mal riuscito e una prova generale di quello che sarà invece Fury Road, film che insieme al primo Mad Max (1979) e al secondo capitolo Mad Max 2 del 1981 (da noi rispettivamente "Interceptor" e "Interceptor: il guerriero della strada") forma una trilogia omogenea e che, tramite gli occhi del suo protagonista Max Rockatansky, ci regala la visione di Miller relativa alla "parabola inversa" della civiltà, ovvero dalla sua caduta fino alla sua rinascita, passando attraverso l'intermezzo barbarico.

 Il primo film infatti ci mostra una società allo sbando, con gli ultimi brandelli tenuti disperatamente assieme da un manipolo di uomini. Tutto nella pellicola urla l'ineluttabilità della caduta che al massimo si può rinviare ma certamente non arrestare. Il dialogo chiave di quest'opera è certamente lo scambio di battute tra Max e il suo capo Fifì, con Max deciso a lasciare l’uniforme di poliziotto della stradale perché

 "Se continuo a restare nell'ambiente delle strade divento come loro, uno psicopatico. Anche se il distintivo da poliziotto rassicura che il buono sono io".

 Quindi anche i guardiani delle strade vengono meno e non sono forse le strade uno dei simboli della civiltà? Il crollo dei loro difensori non può che preludere al crollo della civiltà tutta. Infatti, mentre si susseguono le ingiustizie e le bande di teppisti si rafforzano si arriva al momento decisivo, con la morte violenta della moglie e del figlio di Max. La trasfigurazione del protagonista si compie, ogni freno ed ogni remora cadono.
 Non c'è più pietà, solo odio.
 Niente giustizia, ma solo vendetta.
E quando quest'ultima si compie, non c'è sollievo o riposo, perché la civiltà è caduta e ormai siamo nel baratro.

 Con questo spirito quindi ci prepariamo ad assistere la secondo capitolo della saga, in cui troviamo ancora Max intento a correre su quelle strade che ormai sono "non luoghi", spinto da nient'altro che non il puro istinto di sopravvivenza. Citare l'influenza che quest'opera ha avuto nell'immaginario collettivo è perlomeno superfluo e se non altro Miller sarà sempre ricordato per aver dato un volto al "futuro post-apocalittico" fatto di violenza, deserti, abiti in pelle sado-maso e acconciature punk-style da cui in seguito orde di autori e registi attingeranno a piene mani (“Hokuto no Ken” ne è forse uno degli esempi più noti) ma al di là dell'aspetto visuale, l'importanza di questa pellicola all'interno della visione su cui stiamo riflettendo è fondamentale. Anche l'ultimo barlume di civiltà presente nel primo film è caduto e adesso siamo nel mezzo della barbarie più totale, senza alcuna prospettiva futura. Perfino la speranza della sparuta Tribù del Nord (i "buoni", almeno se contrapposti ai feroci banditi Homungus) è simboleggiata da una vecchia e spiegazzata cartolina da villaggio vacanze. Anche qui, la chiave dell'opera è racchiusa in un dialogo ovvero quello tra Max e Pappagallo (il leader della Tribù del Nord) in cui quest'ultimo tenta di convincere Max ad accompagnarli nel loro viaggio della speranza:

"Qui tutti hanno perso tutto ma nessuno si è arreso, perché abbiamo ancora la dignità degli esseri umani. Ma tu, se vivrai come loro, non sarai niente."

 Ma Max è già _niente_, per lui non ci può essere salvezza. E di questo probabilmente se ne rende conto anche Pappagallo, quando dopo il disastroso tentativo di fuga da parte di Max accetta di fargli guidare l'autocisterna che sarà protagonista dello scontro finale, dettato ancora una volta dallo spirito di vendetta. L'immagine di Max che guarda la sabbia uscire dalla cisterna, trasformata probabilmente a sua insaputa in un esca/diversivo, è di una potenza tragica tale da togliere il fiato ed è al tempo stesso suggello dell'incompatibilità tra Max e ciò che è rimasto dell'umanità e simbolo dell'inutilità di quel vivere che ormai si trascina di giorno in giorno. Soltanto la voce narrante del Kid ormai vecchio lascia intravedere un barlume di luce nel buio che avvolge l'umanità...

 E arriviamo quindi, tralasciando come detto la prova semi-fallita del terzo film, all'ultimo capitolo ovvero a quel Fury Road che ha, secondo me giustamente, fatto incetta di premi Oscar. Vi giungiamo senza soluzione di continuità perché, al netto della cronologicamente incongruente scena iniziale (che si aggiudica comunque la palma d'oro come il più orgasmico fan-service automobilistico mai visto in un opera cinematografica) necessaria alla presentazione del personaggio Max agli occhi degli spettatori più giovani (personaggio che ha perso lo storico volto di Mel Gibson in favore di quello di un roccioso e decisamente congruo Tom Hardy), il film prosegue la storia in modo lineare da dove l'avevamo lasciata. L'umanità è sopravvissuta, una qualche forma di civiltà è riemersa dalle barbarie e tante ne sono le testimonianze ma la più evidente rimane quella che è anche il motivo trainante del film: non si combatte più per la semplice sopravvivenza ma per affermare un diritto e questo può avvenire solo laddove alla legge della giungla si sia sostituita una qualche forma di ordine. Ma in questa nuova civiltà non c'è più posto per il relitto di un epoca passata come Max e Miller ce lo spiega in maniera geniale relegandolo per metà film a fare la "sacca di sangue", impotente e sballottato testimone delle imprese di colei che è la vera protagonista del film ovvero quella Furiosa incarnata (mano a parte) da una ispiratissima Charlize Theron. Una sacca di sangue con ancora voglia (o meglio bisogno) di sopravvivere, a cui è affidato il punto di svolta del film. Una volta riacquistata la libertà e con un mezzo a motore sotto il sedere infatti, il nostro Max fa una cosa impensabile nel contesto della seconda pellicola, ovvero TORNA INDIETRO.
 Non a causa di un salvataggio per i capelli come quello del capitano Gyro, ma per una sua spontanea decisione.
Ed è lui, Max, a pronunciare la battuta-simbolo del film, rivolgendosi a Furiosa:

 "Senti, sarà una giornata dura, ma ti garantisco che a 160 giorni da quella parte... non c'è altro che sale. Almeno da questa parte potremmo riuscire... insieme... a trovare una specie di redenzione"

Redenzione: perché Max è al tempo stesso simbolo della caduta e memoria del passato, l'unico in grado di capire davvero che c'è di nuovo, dopo tanto tempo, qualcosa per cui vale la pena lottare, qualcosa che vale la pena difendere oltre se stessi.
Siamo di fronte quindi ad un happy end nel senso più hollywoodiano del termine? Chi lo pensasse, probabilmente non conosce davvero Miller e la sua opera. Infatti sebbene la vittoria, pur conseguita a caro prezzo, alla fine veda Max e i suoi compagni vincitori, lui continua a non appartenere a questo nuovo mondo che è di Furiosa, dei Figli di Guerra, delle Madri, ma non suo. Ha attraversato come un traghettatore il mare delle barbarie ma non c'è un porto ad aspettarlo e l'unica cosa che può fare è svanire, disperdersi nella folla come un granello di sabbia in un deserto, lasciando di se l'unica cosa che può tentare di resistere al tempo: un mito.

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