lunedì 8 agosto 2016

“A LOGIC NAMED JOE”, O DI COME MURRAY LEINSTER PREDISSE L’AVVENTO DI INTERNET





Chi è appassionato di SF sa bene quali e quante previsioni di cui sono piene le nostre amate opere si siano rivelate errate con lo scorrere del tempo. Non abbiamo ancora raggiunto non solo le stelle ma nemmeno abitiamo in maniera diffusa la nostra orbita o i pianeti del nostro sistema solare, non abbiamo schiere di robot servitori (pronti a ribellarsi o meno), non viaggiamo nel tempo e non abbiamo incontrato intelligenze aliene (perlomeno non quelli di noi dotati di abbastanza raziocinio)… uno scenario abbastanza sconfortante, almeno fino a che non riflettiamo sul fatto che secondo molte opere dovremmo da diverso tempo essere scomparsi in una nube radioattiva o affamati dalla mancanza di risorse (quest’ultima purtroppo non è ancora una prospettiva del tutto irrealizzabile).

Ci sono comunque alcune rare opere che hanno dimostrato una certa lungimiranza nelle loro ipotesi sul nostro futuro e tra queste una delle mie preferite è senza dubbio “Un logico di nome Joe” (“A logic named Joe”) di Murray Leinster (pseudonimo di William Fitzgerald Jenkins) apparso per la prima volta sul numero di Marzo 1946 di Astounding Science Fiction ovvero in piena “Golden Age” della SF Campbelliana.
Sono passati appena pochi mesi quindi da quando questo racconto ha compiuto i suoi primi 70 anni dalla pubblicazione e la geniale intuizione che ne è alla base rimane tutt’oggi e per molti versi una delle più accurate mai tracciate dalla penna di uno scrittore di fantascienza.

Leinster infatti ipotizza la diffusione a livello domestico di un apparato, chiamato Logico (una sorta di telescrivente collegata ad un televisore),  che interfacciandosi via telefono con delle risorse esterne (Leinster le definisce “relais”, una miscela di memorie e sistemi di elaborazione) è in grado di svolgere una serie di compiti tipo chiamare un altro Logico in una sorta di videochiamata, consultare degli elenchi, fare acquisti o ricerche e visualizzare programmi tv o radio.

Oggettivamente non ci vuole molta immaginazione per vedere in questo oggetto, al netto dei tecnicismi spiccioli, una rappresentazione oserei dire perfetta dei moderni PC e terminali connessi attraverso Internet. Il tutto ipotizzato in un momento (il 1946) in cui il calcolatore elettronico era appena nato e non era ancora uscito dai laboratori di ricerca (UNIVAC I, il primo calcolatore elettronico commerciale, vide la luce nel 1950) e le reti di comunicazione dati erano poco più che concetti teorici nelle menti dei ricercatori e degli ingegneri del neonato campo informatico… mentre opere realizzate anche 40 anni più tardi, in pieno boom dell’informatica personale, non sono riuscite a prevedere quasi per niente questo sviluppo.

Eppure, l’intuizione di Leinster non si ferma al mero aspetto tecnico ma si estende ad un livello sociale, in un modo che soltanto in questi ultimi anni e spinti dall’iperbolica diffusione della comunicazione elettronica siamo pienamente in grado di apprezzare.

Nel racconto infatti  assistiamo attraverso gli occhi del povero Ducky (un riparatore di Logici, personaggio con cui molti sistemisti e tecnici informatici odierni non possono che identificarsi in maniera spontanea) ai problemi che si innescano quando un particolare logico (il Joe del titolo, soprannome affibbiatogli appunto da Ducky) , nato con una sorta di “difetto congenito” una volta collegato alla rete modifica il comportamento di tutti i suoi omologhi, costituendo una sorta di iper-intelligenza diffusa in grado di rispondere a tutti gli interrogativi immaginabili. Questa iper-intelligenza è però del tutto a-morale, incapace di distinguere se le richieste che le vengono poste siano più o meno lecite o etiche e quindi il tutto si dimostra un fenomenale amplificatore di tutti i gli aspetti della natura umana: si va dalle richieste di come ottenere la pace nel mondo a quelle di come rapinare Fort Knox, da come poter creare il moto perpetuo a come poter uccidere la moglie facendola franca.

Leinster realizza quindi, attraverso un registro comico che si adatta come un guanto al suo stile narrativo sempre fresco e scorrevole, la rappresentazione di una società in massima parte incapace di comprendere il “dono” che ha ricevuto, incatenata  com’è  ai propri vizi e alle proprie bassezze che si riflettono nell’uso di questa sorta di oracolo tecnologico come l’immagine in uno specchio. Ancora una volta non ci vuole molto per trovare nella finzione narrativa le similitudini con i comportamenti a cui assistiamo quotidianamente e in cui vediamo le potenzialità di uno strumento tra i più versatili e potenzialmente utili creato dall’uomo ridotto molto spesso a veicolare contenuti catalogabili in un range che va dall’inutile al ridicolo (fino ad arrivare al dannoso) e in cui il dibattito e il confronto si abbassano frequentemente ben al di sotto di quello delle chiacchere da bar e delle risse da osteria.

L’augurio è che, come nel racconto, se davvero esiste da qualche parte del mondo un Ducky quest’ultimo tenga il suo Joe in cantina accuratamente spento, perché se all’umanità sono bastati 70 anni per risolvere i problemi tecnici quelli sociali richiederanno decisamente più tempo.

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