Chi è appassionato di SF sa bene quali e quante previsioni
di cui sono piene le nostre amate opere si siano rivelate errate con lo
scorrere del tempo. Non abbiamo ancora raggiunto non solo le stelle ma nemmeno
abitiamo in maniera diffusa la nostra orbita o i pianeti del nostro sistema
solare, non abbiamo schiere di robot servitori (pronti a ribellarsi o meno),
non viaggiamo nel tempo e non abbiamo incontrato intelligenze aliene (perlomeno
non quelli di noi dotati di abbastanza raziocinio)… uno scenario abbastanza
sconfortante, almeno fino a che non riflettiamo sul fatto che secondo molte
opere dovremmo da diverso tempo essere scomparsi in una nube radioattiva o
affamati dalla mancanza di risorse (quest’ultima purtroppo non è ancora una
prospettiva del tutto irrealizzabile).
Ci sono comunque alcune rare opere che hanno dimostrato una
certa lungimiranza nelle loro ipotesi sul nostro futuro e tra queste una delle
mie preferite è senza dubbio “Un logico di nome Joe” (“A logic named Joe”) di
Murray Leinster (pseudonimo di William Fitzgerald Jenkins) apparso per la prima
volta sul numero di Marzo 1946 di Astounding Science Fiction ovvero in piena “Golden
Age” della SF Campbelliana.
Sono passati appena pochi mesi quindi da quando questo
racconto ha compiuto i suoi primi 70 anni dalla pubblicazione e la geniale
intuizione che ne è alla base rimane tutt’oggi e per molti versi una delle più
accurate mai tracciate dalla penna di uno scrittore di fantascienza.
Leinster infatti ipotizza la diffusione a livello domestico
di un apparato, chiamato Logico (una sorta di telescrivente collegata ad un
televisore), che interfacciandosi via
telefono con delle risorse esterne (Leinster le definisce “relais”, una miscela
di memorie e sistemi di elaborazione) è in grado di svolgere una serie di
compiti tipo chiamare un altro Logico in una sorta di videochiamata, consultare
degli elenchi, fare acquisti o ricerche e visualizzare programmi tv o radio.
Oggettivamente non ci vuole molta immaginazione per vedere
in questo oggetto, al netto dei tecnicismi spiccioli, una rappresentazione
oserei dire perfetta dei moderni PC e terminali connessi attraverso Internet.
Il tutto ipotizzato in un momento (il 1946) in cui il calcolatore elettronico
era appena nato e non era ancora uscito dai laboratori di ricerca (UNIVAC I, il
primo calcolatore elettronico commerciale, vide la luce nel 1950) e le reti di comunicazione
dati erano poco più che concetti teorici nelle menti dei ricercatori e degli
ingegneri del neonato campo informatico… mentre opere realizzate anche 40 anni
più tardi, in pieno boom dell’informatica personale, non sono riuscite a prevedere
quasi per niente questo sviluppo.
Eppure, l’intuizione di Leinster non si ferma al mero
aspetto tecnico ma si estende ad un livello sociale, in un modo che soltanto in
questi ultimi anni e spinti dall’iperbolica diffusione della comunicazione
elettronica siamo pienamente in grado di apprezzare.
Nel racconto infatti assistiamo attraverso gli occhi del povero
Ducky (un riparatore di Logici, personaggio con cui molti sistemisti e tecnici
informatici odierni non possono che identificarsi in maniera spontanea) ai
problemi che si innescano quando un particolare logico (il Joe del titolo,
soprannome affibbiatogli appunto da Ducky) , nato con una sorta di “difetto
congenito” una volta collegato alla rete modifica il comportamento di tutti i
suoi omologhi, costituendo una sorta di iper-intelligenza diffusa in grado di rispondere
a tutti gli interrogativi immaginabili. Questa iper-intelligenza è però del
tutto a-morale, incapace di distinguere se le richieste che le vengono poste siano
più o meno lecite o etiche e quindi il tutto si dimostra un fenomenale amplificatore
di tutti i gli aspetti della natura umana: si va dalle richieste di come
ottenere la pace nel mondo a quelle di come rapinare Fort Knox, da come poter
creare il moto perpetuo a come poter uccidere la moglie facendola franca.
Leinster realizza quindi, attraverso un registro comico che
si adatta come un guanto al suo stile narrativo sempre fresco e scorrevole, la
rappresentazione di una società in massima parte incapace di comprendere il “dono”
che ha ricevuto, incatenata com’è ai propri vizi e alle proprie bassezze che si
riflettono nell’uso di questa sorta di oracolo tecnologico come l’immagine in
uno specchio. Ancora una volta non ci vuole molto per trovare nella finzione
narrativa le similitudini con i comportamenti a cui assistiamo quotidianamente
e in cui vediamo le potenzialità di uno strumento tra i più versatili e
potenzialmente utili creato dall’uomo ridotto molto spesso a veicolare
contenuti catalogabili in un range che va dall’inutile al ridicolo (fino ad
arrivare al dannoso) e in cui il dibattito e il confronto si abbassano
frequentemente ben al di sotto di quello delle chiacchere da bar e delle risse
da osteria.
L’augurio è che, come nel racconto, se davvero esiste da
qualche parte del mondo un Ducky quest’ultimo tenga il suo Joe in cantina
accuratamente spento, perché se all’umanità sono bastati 70 anni per risolvere
i problemi tecnici quelli sociali richiederanno decisamente più tempo.

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