Ci sono opere lette o viste quando sei in quella zona grigia
che segna il confine tra la fanciullezza e la piena adolescenza che ti
rimangono appiccicate addosso come una seconda pelle, acquistando un
significato particolare del tutto indipendente dal loro intrinseco valore
artistico o letterario.
In effetti, “Rendezvous with Rama” di Arthur C. Clarke pur
rivestendo un ruolo di primo piano tra le opere di hard SF per la plausibilità
con cui l’autore descrive il mondo errante di Rama e i dettagli della sua
esplorazione, non può certo essere definita un opera letterariamente
straordinaria. In essa si ritrovano infatti condensati tutti i pregi e i
difetti del Clarke scrittore, che ti
prende per mano con il suo stile asciutto e scorrevole trasportandoti senza
troppi virtuosismi nel pieno dell’azione dei personaggi, il cui approfondimento
psicologico è molto spesso appena accennato quando non del tutto tralasciato. E
non è certamente andata meglio quando con la criminale complicità di Gentry Lee
Clarke ha cercato di modificare questi aspetti producendosi in una trittico di
seguiti per la cui definizione il termine più gentile che mi viene in mente è “superflui”.
Ma tutto questo , quando sfoglio per l’ennesima volta le
pagine di Incontro con Rama, svanisce.
Mi ritrovo ancora lì, nello spazio, aggrappato alle pagine
come l’Endeavour all’estremità del colossale cilindro alieno. Mi accorgo di socchiudere
gli occhi scrutando nella penombra,
mentre il cuore perde un battito ad ogni lancio di bengala che illumina l’immenso
e oscuro vuoto del suo interno. Mi accompagnano le vertigini mentre seguo la
frenetica risalita del comandante Norton sulla scalinata Alfa, tra il rombare
delle raffiche di vento, e mi ritrovo con la bocca socchiusa come uno stupido
mentre lo immagino lì, piccolo ed inerme, impietrito e quasi schiacciato dall’improvviso
sgorgare luminoso dell’alba Ramana.
Anche a distanza di anni e dopo un numero ormai
incalcolabile di riletture, questo romanzo riesce a suscitarmi le stesse
emozioni di quando lo sfogliai la prima volta, con una sola ed essenziale
differenza.
Non saprei dire in quale momento questa riflessione abbia
preso corpo, sta di fatto che adesso mi appare chiaro, ogni volta che riprendo
in mano le pagine, come Clarke abbia trasfigurato nell’esplorazione di Rama una
metafora dell’uomo e della sua ricerca della conoscenza, se non della Verità
nel senso filosofico del termine. Al pari dell’Uomo, l’equipaggio di Norton si
getta nel buio dell’ignoto alla ricerca di risposte: con applicazione ed
ingegno ne trova di parziali, come pezzi di un puzzle che faticosamente tenta
di comporre e di cui a volte sembra intravedere il risultato finale. Arriva
persino a difenderle, rischiando la vita, contro chi per paura dell’ignoto vorrebbe
distruggere invece che cercare di capire. Eppure alla fine gli interrogativi più importanti rimangono
senza una risposta: chi sono davvero i ramani (e quindi l’Uomo)? Da dove
vengono, e dove stanno andando? Quale è lo scopo ultimo di ciò che hanno
costruito? Tutto questo ci rimane sconosciuto e l’unica cosa che possiamo fare è prendere la conoscenza che abbiamo così faticosamente accumulato e metterla
da parte, rielaborandola fino a che non avremo la possibilità di trovare le
tessere che ci mancano per comporre il puzzle in cui siamo immersi.


