Parlando del racconto "Un logico di nome Joe" di Sturgeon ho citato il problema del mancato avveramento di molte delle
anticipazioni contenute nelle opere di SF. Se è stato difficile per molti
scrittori "azzeccare" le previsioni in ambito tecnologico allo stesso
modo lo è stato in quello sociologico, anche qui con alcune notevoli eccezioni.
Una di queste è certamente "Stand on Zanzibar" (in Italia, "Tutti a Zanzibar"), il romanzo pubblicato nel 1968 da John Brunner. Al pari del racconto di Sturgeon infatti, ci vuole davvero poca immaginazione per ravvisare nella complessa società futura (come appariva all'epoca il 2010, ovvero il qui ed ora di noi presenti) tratteggiata dallo scrittore inglese le non poche similitudini con quello che percepiamo attorno a noi.
Una di queste è certamente "Stand on Zanzibar" (in Italia, "Tutti a Zanzibar"), il romanzo pubblicato nel 1968 da John Brunner. Al pari del racconto di Sturgeon infatti, ci vuole davvero poca immaginazione per ravvisare nella complessa società futura (come appariva all'epoca il 2010, ovvero il qui ed ora di noi presenti) tratteggiata dallo scrittore inglese le non poche similitudini con quello che percepiamo attorno a noi.
E' un opera complessa quella di Brunner, anche dal punto di
vista stilistico, suddivisa com'è tra i suoi lunghi capitoli descrittivi e le
sue sintetiche bordate di frasi (che tanto ci ricordano le srotolanti news line
a fondo schermo dei canali di notizie), piene di una terminologia acronimica
che all'epoca rimandava alla Neolingua orwelliana e adesso invece ci riporta
alla mente i WTF, gli "Youtuber", i "workaholic" che
costellano le pagine Web e non solo.
Con lo scorrere delle pagine, vediamo dipanarsi davanti a noi il ritratto di una umanità da un lato afflitta da problemi giganteschi (in cima a tutti e motore primo della storia, la sovrappopolazione e la conseguente mancanza di risorse) ma che in massima parte sembra ignorarli, intrappolata in una routine quotidiana fatta di lavoro, relazioni personali sempre più numerose quanto flebili, dominata da una onnipresente e pervasiva tecnica di cui molti sono consapevoli schiavi e a cui contano di affidare la risoluzione di qualunque problema (non è di certo un caso che il nome del prototipo di super-computer sia Shalmaneser e che verso quest'ultimo in molti provino una sorta di adorazione quasi religiosa). E riga dopo riga ci ritroviamo attorniati da un mosaico in cui ci sembra di riconoscere così tante tessere (le recenti polemiche sui premi Oscar non sembrano un anticipazione del "contro-razzismo" Afram? E in fondo c'è davvero differenza tra la General Technics e, per esempio, la Google con il suo fatturato superiore a quello di parecchie nazioni?) per cui anche l'immagine finale diventa plausibile. Perfino i "muckers", le persone che all'improvviso letteralmente impazziscono abbandonandosi ad una furia violenta ed incontrollabile, ci rimandano agli odierni fatti di cronaca, a quella sottile paura del vicino data dall'idea che "il terrorista è fra noi".
Con lo scorrere delle pagine, vediamo dipanarsi davanti a noi il ritratto di una umanità da un lato afflitta da problemi giganteschi (in cima a tutti e motore primo della storia, la sovrappopolazione e la conseguente mancanza di risorse) ma che in massima parte sembra ignorarli, intrappolata in una routine quotidiana fatta di lavoro, relazioni personali sempre più numerose quanto flebili, dominata da una onnipresente e pervasiva tecnica di cui molti sono consapevoli schiavi e a cui contano di affidare la risoluzione di qualunque problema (non è di certo un caso che il nome del prototipo di super-computer sia Shalmaneser e che verso quest'ultimo in molti provino una sorta di adorazione quasi religiosa). E riga dopo riga ci ritroviamo attorniati da un mosaico in cui ci sembra di riconoscere così tante tessere (le recenti polemiche sui premi Oscar non sembrano un anticipazione del "contro-razzismo" Afram? E in fondo c'è davvero differenza tra la General Technics e, per esempio, la Google con il suo fatturato superiore a quello di parecchie nazioni?) per cui anche l'immagine finale diventa plausibile. Perfino i "muckers", le persone che all'improvviso letteralmente impazziscono abbandonandosi ad una furia violenta ed incontrollabile, ci rimandano agli odierni fatti di cronaca, a quella sottile paura del vicino data dall'idea che "il terrorista è fra noi".
Ma Brunner non è, ad esempio, un Ballard: ed a modo suo ci
regala una specie di eroe heinleniano della social-SF, quel Chad Mulligan,
sociologo (e cosa altrimenti?) che arriva a rubare la scena ai coinquilini
Donald Hogan e Norman Niblock House, più testimoni degli eventi che veri
protagonisti, per ricordarci che la soluzione dei problemi umani, se esiste
(perché l'happy end non è mai scontato quando molti, per citare l'opera, sono
già "con i piedi nell'acqua"), non può che essere nell'essere umano
stesso, in quelle pieghe insondabili perfino dal più perfetto calcolatore mai
costruito.



