giovedì 1 settembre 2016

TUTTI A ZANZIBAR: IL DISTOPICO PRESENTE DI BRUNNER





Parlando del racconto "Un logico di nome Joe" di Sturgeon ho citato il problema del mancato avveramento di molte delle anticipazioni contenute nelle opere di SF. Se è stato difficile per molti scrittori "azzeccare" le previsioni in ambito tecnologico allo stesso modo lo è stato in quello sociologico, anche qui con alcune notevoli eccezioni. 

Una di queste è certamente "Stand on Zanzibar" (in Italia, "Tutti a Zanzibar"), il romanzo pubblicato nel 1968 da John Brunner. Al pari del racconto di Sturgeon infatti, ci vuole davvero poca immaginazione per ravvisare nella complessa società futura (come appariva all'epoca il 2010, ovvero il qui ed ora di noi presenti) tratteggiata dallo scrittore inglese le non poche similitudini con quello che percepiamo attorno a noi.
 
E' un opera complessa quella di Brunner, anche dal punto di vista stilistico, suddivisa com'è tra i suoi lunghi capitoli descrittivi e le sue sintetiche bordate di frasi (che tanto ci ricordano le srotolanti news line a fondo schermo dei canali di notizie), piene di una terminologia acronimica che all'epoca rimandava alla Neolingua orwelliana e adesso invece ci riporta alla mente i WTF, gli "Youtuber", i "workaholic" che costellano le pagine Web e non solo. 

Con lo scorrere delle pagine, vediamo dipanarsi davanti a noi il ritratto di una umanità da un lato afflitta da problemi giganteschi (in cima a tutti e motore primo della storia, la sovrappopolazione e la conseguente mancanza di risorse) ma che in massima parte sembra ignorarli, intrappolata in una routine quotidiana fatta di lavoro, relazioni personali sempre più numerose quanto flebili, dominata da una onnipresente e pervasiva tecnica di cui molti sono consapevoli schiavi e a cui contano di affidare la risoluzione di qualunque problema (non è di certo un caso che il nome del prototipo di super-computer sia Shalmaneser e che verso quest'ultimo in molti provino una sorta di adorazione quasi religiosa). E riga dopo riga ci ritroviamo attorniati da un mosaico in cui ci sembra di riconoscere così tante tessere (le recenti polemiche sui premi Oscar non sembrano un anticipazione del "contro-razzismo" Afram? E in fondo c'è davvero differenza tra la General Technics e, per esempio, la Google con il suo fatturato superiore a quello di parecchie nazioni?) per cui anche l'immagine finale diventa plausibile. Perfino i "muckers", le persone che all'improvviso letteralmente impazziscono abbandonandosi ad una furia violenta ed incontrollabile, ci rimandano agli odierni fatti di cronaca, a quella sottile paura del vicino data dall'idea che "il terrorista è fra noi".

Ma Brunner non è, ad esempio, un Ballard: ed a modo suo ci regala una specie di eroe heinleniano della social-SF, quel Chad Mulligan, sociologo (e cosa altrimenti?) che arriva a rubare la scena ai coinquilini Donald Hogan e Norman Niblock House, più testimoni degli eventi che veri protagonisti, per ricordarci che la soluzione dei problemi umani, se esiste (perché l'happy end non è mai scontato quando molti, per citare l'opera, sono già "con i piedi nell'acqua"), non può che essere nell'essere umano stesso, in quelle pieghe insondabili perfino dal più perfetto calcolatore mai costruito.

venerdì 12 agosto 2016

TERRESTRI O RAMANI: L’INTERMINABILE RICERCA DELLA CONOSCENZA SECONDO ARTHUR C. CLARKE



Ci sono opere lette o viste quando sei in quella zona grigia che segna il confine tra la fanciullezza e la piena adolescenza che ti rimangono appiccicate addosso come una seconda pelle, acquistando un significato particolare del tutto indipendente dal loro intrinseco valore artistico o letterario.


In effetti, “Rendezvous with Rama” di Arthur C. Clarke pur rivestendo un ruolo di primo piano tra le opere di hard SF per la plausibilità con cui l’autore descrive il mondo errante di Rama e i dettagli della sua esplorazione, non può certo essere definita un opera letterariamente straordinaria. In essa si ritrovano infatti condensati tutti i pregi e i difetti del Clarke scrittore,  che ti prende per mano con il suo stile asciutto e scorrevole trasportandoti senza troppi virtuosismi nel pieno dell’azione dei personaggi, il cui approfondimento psicologico è molto spesso appena accennato quando non del tutto tralasciato. E non è certamente andata meglio quando con la criminale complicità di Gentry Lee Clarke ha cercato di modificare questi aspetti producendosi in una trittico di seguiti per la cui definizione il termine più gentile che mi viene in mente è “superflui”.


Ma tutto questo , quando sfoglio per l’ennesima volta le pagine di Incontro con Rama, svanisce.


Mi ritrovo ancora lì, nello spazio, aggrappato alle pagine come l’Endeavour all’estremità del colossale cilindro alieno. Mi accorgo di socchiudere gli occhi  scrutando nella penombra, mentre il cuore perde un battito ad ogni lancio di bengala che illumina l’immenso e oscuro vuoto del suo interno. Mi accompagnano le vertigini mentre seguo la frenetica risalita del comandante Norton sulla scalinata Alfa, tra il rombare delle raffiche di vento, e mi ritrovo con la bocca socchiusa come uno stupido mentre lo immagino lì, piccolo ed inerme, impietrito e quasi schiacciato dall’improvviso sgorgare luminoso dell’alba Ramana. 


Anche a distanza di anni e dopo un numero ormai incalcolabile di riletture, questo romanzo riesce a suscitarmi le stesse emozioni di quando lo sfogliai la prima volta, con una sola ed essenziale differenza.


Non saprei dire in quale momento questa riflessione abbia preso corpo, sta di fatto che adesso mi appare chiaro, ogni volta che riprendo in mano le pagine, come Clarke abbia trasfigurato nell’esplorazione di Rama una metafora dell’uomo e della sua ricerca della conoscenza, se non della Verità nel senso filosofico del termine. Al pari dell’Uomo, l’equipaggio di Norton si getta nel buio dell’ignoto alla ricerca di risposte: con applicazione ed ingegno ne trova di parziali, come pezzi di un puzzle che faticosamente tenta di comporre e di cui a volte sembra intravedere il risultato finale. Arriva persino a difenderle, rischiando la vita, contro chi per paura dell’ignoto vorrebbe distruggere invece che cercare di capire. Eppure alla fine  gli interrogativi più importanti rimangono senza una risposta: chi sono davvero i ramani (e quindi l’Uomo)? Da dove vengono, e dove stanno andando? Quale è lo scopo ultimo di ciò che hanno costruito? Tutto questo ci rimane sconosciuto e l’unica cosa che possiamo fare è prendere la conoscenza che abbiamo così faticosamente accumulato e metterla da parte, rielaborandola fino a che non avremo la possibilità di trovare le tessere che ci mancano per comporre il puzzle in cui siamo immersi.

lunedì 8 agosto 2016

“A LOGIC NAMED JOE”, O DI COME MURRAY LEINSTER PREDISSE L’AVVENTO DI INTERNET





Chi è appassionato di SF sa bene quali e quante previsioni di cui sono piene le nostre amate opere si siano rivelate errate con lo scorrere del tempo. Non abbiamo ancora raggiunto non solo le stelle ma nemmeno abitiamo in maniera diffusa la nostra orbita o i pianeti del nostro sistema solare, non abbiamo schiere di robot servitori (pronti a ribellarsi o meno), non viaggiamo nel tempo e non abbiamo incontrato intelligenze aliene (perlomeno non quelli di noi dotati di abbastanza raziocinio)… uno scenario abbastanza sconfortante, almeno fino a che non riflettiamo sul fatto che secondo molte opere dovremmo da diverso tempo essere scomparsi in una nube radioattiva o affamati dalla mancanza di risorse (quest’ultima purtroppo non è ancora una prospettiva del tutto irrealizzabile).

Ci sono comunque alcune rare opere che hanno dimostrato una certa lungimiranza nelle loro ipotesi sul nostro futuro e tra queste una delle mie preferite è senza dubbio “Un logico di nome Joe” (“A logic named Joe”) di Murray Leinster (pseudonimo di William Fitzgerald Jenkins) apparso per la prima volta sul numero di Marzo 1946 di Astounding Science Fiction ovvero in piena “Golden Age” della SF Campbelliana.
Sono passati appena pochi mesi quindi da quando questo racconto ha compiuto i suoi primi 70 anni dalla pubblicazione e la geniale intuizione che ne è alla base rimane tutt’oggi e per molti versi una delle più accurate mai tracciate dalla penna di uno scrittore di fantascienza.

Leinster infatti ipotizza la diffusione a livello domestico di un apparato, chiamato Logico (una sorta di telescrivente collegata ad un televisore),  che interfacciandosi via telefono con delle risorse esterne (Leinster le definisce “relais”, una miscela di memorie e sistemi di elaborazione) è in grado di svolgere una serie di compiti tipo chiamare un altro Logico in una sorta di videochiamata, consultare degli elenchi, fare acquisti o ricerche e visualizzare programmi tv o radio.

Oggettivamente non ci vuole molta immaginazione per vedere in questo oggetto, al netto dei tecnicismi spiccioli, una rappresentazione oserei dire perfetta dei moderni PC e terminali connessi attraverso Internet. Il tutto ipotizzato in un momento (il 1946) in cui il calcolatore elettronico era appena nato e non era ancora uscito dai laboratori di ricerca (UNIVAC I, il primo calcolatore elettronico commerciale, vide la luce nel 1950) e le reti di comunicazione dati erano poco più che concetti teorici nelle menti dei ricercatori e degli ingegneri del neonato campo informatico… mentre opere realizzate anche 40 anni più tardi, in pieno boom dell’informatica personale, non sono riuscite a prevedere quasi per niente questo sviluppo.

Eppure, l’intuizione di Leinster non si ferma al mero aspetto tecnico ma si estende ad un livello sociale, in un modo che soltanto in questi ultimi anni e spinti dall’iperbolica diffusione della comunicazione elettronica siamo pienamente in grado di apprezzare.

Nel racconto infatti  assistiamo attraverso gli occhi del povero Ducky (un riparatore di Logici, personaggio con cui molti sistemisti e tecnici informatici odierni non possono che identificarsi in maniera spontanea) ai problemi che si innescano quando un particolare logico (il Joe del titolo, soprannome affibbiatogli appunto da Ducky) , nato con una sorta di “difetto congenito” una volta collegato alla rete modifica il comportamento di tutti i suoi omologhi, costituendo una sorta di iper-intelligenza diffusa in grado di rispondere a tutti gli interrogativi immaginabili. Questa iper-intelligenza è però del tutto a-morale, incapace di distinguere se le richieste che le vengono poste siano più o meno lecite o etiche e quindi il tutto si dimostra un fenomenale amplificatore di tutti i gli aspetti della natura umana: si va dalle richieste di come ottenere la pace nel mondo a quelle di come rapinare Fort Knox, da come poter creare il moto perpetuo a come poter uccidere la moglie facendola franca.

Leinster realizza quindi, attraverso un registro comico che si adatta come un guanto al suo stile narrativo sempre fresco e scorrevole, la rappresentazione di una società in massima parte incapace di comprendere il “dono” che ha ricevuto, incatenata  com’è  ai propri vizi e alle proprie bassezze che si riflettono nell’uso di questa sorta di oracolo tecnologico come l’immagine in uno specchio. Ancora una volta non ci vuole molto per trovare nella finzione narrativa le similitudini con i comportamenti a cui assistiamo quotidianamente e in cui vediamo le potenzialità di uno strumento tra i più versatili e potenzialmente utili creato dall’uomo ridotto molto spesso a veicolare contenuti catalogabili in un range che va dall’inutile al ridicolo (fino ad arrivare al dannoso) e in cui il dibattito e il confronto si abbassano frequentemente ben al di sotto di quello delle chiacchere da bar e delle risse da osteria.

L’augurio è che, come nel racconto, se davvero esiste da qualche parte del mondo un Ducky quest’ultimo tenga il suo Joe in cantina accuratamente spento, perché se all’umanità sono bastati 70 anni per risolvere i problemi tecnici quelli sociali richiederanno decisamente più tempo.

giovedì 4 agosto 2016

MAD MAX: GEORGE MILLER E LA “PARABOLA INVERSA” DELLA CIVILTA’


Il mio amore per la saga di Mad Max affonda le sue radici nell'infanzia, a quei passaggi televisivi nelle notti estive quando ancora avevo l'età che si computava con una sola cifra... un amore immediato, di quelli da colpo di fulmine, del tutto ignaro delle eredità culturali che soprattutto il secondo capitolo già allora aveva largamente diffuso nei vari media visuali. L'ultima fatica di George Miller (Mad Max: Fury Road), oltre all'inconfutabile merito di aver spiegato (di nuovo) a tutta una generazione di registi come si debba girare un road movie degno di questo nome, mi ha riportato alla mente una serie di considerazioni che già quando vidi il terzo film della serie (ovvero Mad Max - Beyond the Thunderdome, 1985) avevo formulato ma senza arrivare ad una conclusione soddisfacente. Alla luce dell'ultimo film posso dire che il problema era proprio dovuto alla "pellicola Thunderdome" che, pur con i suoi pregi, presenta anche molti difetti soprattutto nel registro narrativo che a volte deborda pericolosamente verso il "juvenile movie" (pericolo sempre incombente quando si sceglie di mettere dei bambini come co-protagonisti). Quindi, pur non potendo disconoscere in toto questo capitolo della saga tendo a considerarlo un incrocio tra un intermezzo mal riuscito e una prova generale di quello che sarà invece Fury Road, film che insieme al primo Mad Max (1979) e al secondo capitolo Mad Max 2 del 1981 (da noi rispettivamente "Interceptor" e "Interceptor: il guerriero della strada") forma una trilogia omogenea e che, tramite gli occhi del suo protagonista Max Rockatansky, ci regala la visione di Miller relativa alla "parabola inversa" della civiltà, ovvero dalla sua caduta fino alla sua rinascita, passando attraverso l'intermezzo barbarico.

 Il primo film infatti ci mostra una società allo sbando, con gli ultimi brandelli tenuti disperatamente assieme da un manipolo di uomini. Tutto nella pellicola urla l'ineluttabilità della caduta che al massimo si può rinviare ma certamente non arrestare. Il dialogo chiave di quest'opera è certamente lo scambio di battute tra Max e il suo capo Fifì, con Max deciso a lasciare l’uniforme di poliziotto della stradale perché

 "Se continuo a restare nell'ambiente delle strade divento come loro, uno psicopatico. Anche se il distintivo da poliziotto rassicura che il buono sono io".

 Quindi anche i guardiani delle strade vengono meno e non sono forse le strade uno dei simboli della civiltà? Il crollo dei loro difensori non può che preludere al crollo della civiltà tutta. Infatti, mentre si susseguono le ingiustizie e le bande di teppisti si rafforzano si arriva al momento decisivo, con la morte violenta della moglie e del figlio di Max. La trasfigurazione del protagonista si compie, ogni freno ed ogni remora cadono.
 Non c'è più pietà, solo odio.
 Niente giustizia, ma solo vendetta.
E quando quest'ultima si compie, non c'è sollievo o riposo, perché la civiltà è caduta e ormai siamo nel baratro.

 Con questo spirito quindi ci prepariamo ad assistere la secondo capitolo della saga, in cui troviamo ancora Max intento a correre su quelle strade che ormai sono "non luoghi", spinto da nient'altro che non il puro istinto di sopravvivenza. Citare l'influenza che quest'opera ha avuto nell'immaginario collettivo è perlomeno superfluo e se non altro Miller sarà sempre ricordato per aver dato un volto al "futuro post-apocalittico" fatto di violenza, deserti, abiti in pelle sado-maso e acconciature punk-style da cui in seguito orde di autori e registi attingeranno a piene mani (“Hokuto no Ken” ne è forse uno degli esempi più noti) ma al di là dell'aspetto visuale, l'importanza di questa pellicola all'interno della visione su cui stiamo riflettendo è fondamentale. Anche l'ultimo barlume di civiltà presente nel primo film è caduto e adesso siamo nel mezzo della barbarie più totale, senza alcuna prospettiva futura. Perfino la speranza della sparuta Tribù del Nord (i "buoni", almeno se contrapposti ai feroci banditi Homungus) è simboleggiata da una vecchia e spiegazzata cartolina da villaggio vacanze. Anche qui, la chiave dell'opera è racchiusa in un dialogo ovvero quello tra Max e Pappagallo (il leader della Tribù del Nord) in cui quest'ultimo tenta di convincere Max ad accompagnarli nel loro viaggio della speranza:

"Qui tutti hanno perso tutto ma nessuno si è arreso, perché abbiamo ancora la dignità degli esseri umani. Ma tu, se vivrai come loro, non sarai niente."

 Ma Max è già _niente_, per lui non ci può essere salvezza. E di questo probabilmente se ne rende conto anche Pappagallo, quando dopo il disastroso tentativo di fuga da parte di Max accetta di fargli guidare l'autocisterna che sarà protagonista dello scontro finale, dettato ancora una volta dallo spirito di vendetta. L'immagine di Max che guarda la sabbia uscire dalla cisterna, trasformata probabilmente a sua insaputa in un esca/diversivo, è di una potenza tragica tale da togliere il fiato ed è al tempo stesso suggello dell'incompatibilità tra Max e ciò che è rimasto dell'umanità e simbolo dell'inutilità di quel vivere che ormai si trascina di giorno in giorno. Soltanto la voce narrante del Kid ormai vecchio lascia intravedere un barlume di luce nel buio che avvolge l'umanità...

 E arriviamo quindi, tralasciando come detto la prova semi-fallita del terzo film, all'ultimo capitolo ovvero a quel Fury Road che ha, secondo me giustamente, fatto incetta di premi Oscar. Vi giungiamo senza soluzione di continuità perché, al netto della cronologicamente incongruente scena iniziale (che si aggiudica comunque la palma d'oro come il più orgasmico fan-service automobilistico mai visto in un opera cinematografica) necessaria alla presentazione del personaggio Max agli occhi degli spettatori più giovani (personaggio che ha perso lo storico volto di Mel Gibson in favore di quello di un roccioso e decisamente congruo Tom Hardy), il film prosegue la storia in modo lineare da dove l'avevamo lasciata. L'umanità è sopravvissuta, una qualche forma di civiltà è riemersa dalle barbarie e tante ne sono le testimonianze ma la più evidente rimane quella che è anche il motivo trainante del film: non si combatte più per la semplice sopravvivenza ma per affermare un diritto e questo può avvenire solo laddove alla legge della giungla si sia sostituita una qualche forma di ordine. Ma in questa nuova civiltà non c'è più posto per il relitto di un epoca passata come Max e Miller ce lo spiega in maniera geniale relegandolo per metà film a fare la "sacca di sangue", impotente e sballottato testimone delle imprese di colei che è la vera protagonista del film ovvero quella Furiosa incarnata (mano a parte) da una ispiratissima Charlize Theron. Una sacca di sangue con ancora voglia (o meglio bisogno) di sopravvivere, a cui è affidato il punto di svolta del film. Una volta riacquistata la libertà e con un mezzo a motore sotto il sedere infatti, il nostro Max fa una cosa impensabile nel contesto della seconda pellicola, ovvero TORNA INDIETRO.
 Non a causa di un salvataggio per i capelli come quello del capitano Gyro, ma per una sua spontanea decisione.
Ed è lui, Max, a pronunciare la battuta-simbolo del film, rivolgendosi a Furiosa:

 "Senti, sarà una giornata dura, ma ti garantisco che a 160 giorni da quella parte... non c'è altro che sale. Almeno da questa parte potremmo riuscire... insieme... a trovare una specie di redenzione"

Redenzione: perché Max è al tempo stesso simbolo della caduta e memoria del passato, l'unico in grado di capire davvero che c'è di nuovo, dopo tanto tempo, qualcosa per cui vale la pena lottare, qualcosa che vale la pena difendere oltre se stessi.
Siamo di fronte quindi ad un happy end nel senso più hollywoodiano del termine? Chi lo pensasse, probabilmente non conosce davvero Miller e la sua opera. Infatti sebbene la vittoria, pur conseguita a caro prezzo, alla fine veda Max e i suoi compagni vincitori, lui continua a non appartenere a questo nuovo mondo che è di Furiosa, dei Figli di Guerra, delle Madri, ma non suo. Ha attraversato come un traghettatore il mare delle barbarie ma non c'è un porto ad aspettarlo e l'unica cosa che può fare è svanire, disperdersi nella folla come un granello di sabbia in un deserto, lasciando di se l'unica cosa che può tentare di resistere al tempo: un mito.