Nella mia (ormai abbastanza lunga) vita di appassionato di SF ho purtroppo assistito alla scomparsa di molti autori: qualcuno era già morto ben prima che leggessi anche una sola delle sue opere, altri se ne sono andati nel corso degli anni ed ogni volta è come se anche un pezzo di me se ne andasse con loro, nel momento in cui realizzo che la mente che mi ha accompagnato a perdermi in quei luoghi fantastici non partorirà più nessun’altra immaginifica visione. Di tutti questi addii però quello che più mi ha colpito, con un dolore quasi fisico paragonabile forse solo alla scomparsa di un carissimo amico, è quello che affrontai quel 9 Giugno di ormai 5 anni fa, quando seduto davanti al PC appresi della scomparsa di Iain M. Banks.
Della sua malattia, seppur ne avesse lui in prima persona annunciato la gravità solo due mesi prima, non avevo saputo niente, forse al tempo distratto da altre cose, e quindi la notizia mi giunse improvvisa, un fulmine a ciel sereno. Mi ricordo chiaramente di essere rimasto incredulo a fissare lo schermo, mentre sentivo gonfiarmi gli occhi da lacrime che solo con uno sforzo di volontà ricacciai indietro, prima di scrivere a mia moglie ciò che avevo appena saputo.
Banks non è stato il primo autore che ho letto, né che ho amato, ma da quel giorno in cui lessi per la prima volta “Pensa a Fleba” era nata in me per lui un’ammirazione profonda, direi estatica, per il modo in cui con il ciclo della Cultura era riuscito nell’impresa di rivoluzionare la Space Opera.
“Pensa a Fleba” (“Consider Phlebas”, originariamente tradotto dalla Nord come “La mente di Schar”) esce nel 1987, un anno dopo l’antologia “La notte che bruciammo Chrome” che sancisce la definitiva affermazione del fenomeno Cyberpunk. Impegnati ad annegare nella violenza reale e virtuale dei vari emuli di Gibson e Sterling, sembrava impossibile che qualcuno potesse rivolgere ancora lo sguardo allo spazio profondo, alle immensità galattiche. E invece è proprio là che Banks ci porta, a confrontarci con dimensioni così vaste e distanze così immense che persino la nostra cara e vecchia Terra perde la sua centralità, tant’è che in tutte le opere del ciclo soltanto in uno dei racconti brevi ne vediamo la comparsa. Navi spaziali gigantesche, habitat grandi come orbite planetarie, razze aliene talmente evolute da aver quasi abbandonato il piano materiale, robot ed I.A. ormai del tutto svincolate anche dai limiti delle leggi Asimoviane e sopra tutto le Menti, vere direttrici nonché motore primo dell’intera e variegata civiltà della Cultura. Banks ci porta all’interno di tutto questo tripudio di hard SF con una prosa dalla brillantezza eccezionale, che ricorda gli Heinlein ed i Van Vogt degli Anni d’oro, senza rinunciare a raffinatezze letterarie (la struttura narrativa di “Use of Weapons” - 1990 ne è un fulgido esempio) e soprattutto con una profonda attenzione alla caratterizzazione psicologica dei personaggi e ad una tematica sociale e filosofica che è il vero trait d’union, il nucleo centrale su cui si imperniano tutti i romanzi del ciclo.
La Cultura infatti non è un mera scenografia, uno sfondo o un semplice espediente narrativo. Non è un Commonwealth galattico di fosteriana memoria, da usare come collante per le proprie storie. La Cultura è il mezzo con cui Banks tenta di esplorare alcuni fra gli interrogativi fondamentali per l’essere umano: davvero una società ideale, in cui ognuno trovi nativamente soddisfatto ogni suo bisogno materiale, è ciò a cui dovremmo aspirare? E a cosa saremmo disposti a rinunciare, in termini di autodeterminazione o libertà, per realizzarla? Veramente l’uomo è in grado di trovare aspirazioni e ragioni di vita che vadano davvero aldilà dei propri istinti primordiali? Queste sono le domanda fondamentali su cui Banks tenta di riflettere (e far riflettere) nelle varie opere del suo ciclo. E benchè nel suo intimo pensiero prevalga una risposta tutto sommato affermativa sulla effettiva auspicabilità di una nostra evoluzione in senso Culturale (come da lui stesso spiegato nel suo mini-saggio “Note sulla Cultura”) non è un caso se, in quasi ogni opera del ciclo, il protagonista sia in qualche modo o maniera “avverso” alla Cultura, per convinzione o casualità, in una continua riflessione sui limiti della sua società immaginaria.
E’ certamente anche per questo, oltre che per tutto quant’altro detto, che Banks si è guadagnato almeno per chi scrive il diritto di sedere nel circolo ristretto dei “grandissimi” (ma evidentemente non per gli editori italiani, dato che a quanto pare nessuno di loro riesce a trovare il modo di tradurre i suoi ultimi tre romanzi) ... e se davvero Amazon riuscirà a portare sullo schermo, senza snaturarla, anche solo una minima parte dell’immensa epica narrata da questo autore potremmo probabilmente assistere ad uno dei più affascinanti spettacoli della storia della SF cinetelevisiva.
Della sua malattia, seppur ne avesse lui in prima persona annunciato la gravità solo due mesi prima, non avevo saputo niente, forse al tempo distratto da altre cose, e quindi la notizia mi giunse improvvisa, un fulmine a ciel sereno. Mi ricordo chiaramente di essere rimasto incredulo a fissare lo schermo, mentre sentivo gonfiarmi gli occhi da lacrime che solo con uno sforzo di volontà ricacciai indietro, prima di scrivere a mia moglie ciò che avevo appena saputo.
Banks non è stato il primo autore che ho letto, né che ho amato, ma da quel giorno in cui lessi per la prima volta “Pensa a Fleba” era nata in me per lui un’ammirazione profonda, direi estatica, per il modo in cui con il ciclo della Cultura era riuscito nell’impresa di rivoluzionare la Space Opera.
“Pensa a Fleba” (“Consider Phlebas”, originariamente tradotto dalla Nord come “La mente di Schar”) esce nel 1987, un anno dopo l’antologia “La notte che bruciammo Chrome” che sancisce la definitiva affermazione del fenomeno Cyberpunk. Impegnati ad annegare nella violenza reale e virtuale dei vari emuli di Gibson e Sterling, sembrava impossibile che qualcuno potesse rivolgere ancora lo sguardo allo spazio profondo, alle immensità galattiche. E invece è proprio là che Banks ci porta, a confrontarci con dimensioni così vaste e distanze così immense che persino la nostra cara e vecchia Terra perde la sua centralità, tant’è che in tutte le opere del ciclo soltanto in uno dei racconti brevi ne vediamo la comparsa. Navi spaziali gigantesche, habitat grandi come orbite planetarie, razze aliene talmente evolute da aver quasi abbandonato il piano materiale, robot ed I.A. ormai del tutto svincolate anche dai limiti delle leggi Asimoviane e sopra tutto le Menti, vere direttrici nonché motore primo dell’intera e variegata civiltà della Cultura. Banks ci porta all’interno di tutto questo tripudio di hard SF con una prosa dalla brillantezza eccezionale, che ricorda gli Heinlein ed i Van Vogt degli Anni d’oro, senza rinunciare a raffinatezze letterarie (la struttura narrativa di “Use of Weapons” - 1990 ne è un fulgido esempio) e soprattutto con una profonda attenzione alla caratterizzazione psicologica dei personaggi e ad una tematica sociale e filosofica che è il vero trait d’union, il nucleo centrale su cui si imperniano tutti i romanzi del ciclo.
La Cultura infatti non è un mera scenografia, uno sfondo o un semplice espediente narrativo. Non è un Commonwealth galattico di fosteriana memoria, da usare come collante per le proprie storie. La Cultura è il mezzo con cui Banks tenta di esplorare alcuni fra gli interrogativi fondamentali per l’essere umano: davvero una società ideale, in cui ognuno trovi nativamente soddisfatto ogni suo bisogno materiale, è ciò a cui dovremmo aspirare? E a cosa saremmo disposti a rinunciare, in termini di autodeterminazione o libertà, per realizzarla? Veramente l’uomo è in grado di trovare aspirazioni e ragioni di vita che vadano davvero aldilà dei propri istinti primordiali? Queste sono le domanda fondamentali su cui Banks tenta di riflettere (e far riflettere) nelle varie opere del suo ciclo. E benchè nel suo intimo pensiero prevalga una risposta tutto sommato affermativa sulla effettiva auspicabilità di una nostra evoluzione in senso Culturale (come da lui stesso spiegato nel suo mini-saggio “Note sulla Cultura”) non è un caso se, in quasi ogni opera del ciclo, il protagonista sia in qualche modo o maniera “avverso” alla Cultura, per convinzione o casualità, in una continua riflessione sui limiti della sua società immaginaria.
E’ certamente anche per questo, oltre che per tutto quant’altro detto, che Banks si è guadagnato almeno per chi scrive il diritto di sedere nel circolo ristretto dei “grandissimi” (ma evidentemente non per gli editori italiani, dato che a quanto pare nessuno di loro riesce a trovare il modo di tradurre i suoi ultimi tre romanzi) ... e se davvero Amazon riuscirà a portare sullo schermo, senza snaturarla, anche solo una minima parte dell’immensa epica narrata da questo autore potremmo probabilmente assistere ad uno dei più affascinanti spettacoli della storia della SF cinetelevisiva.

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