giovedì 12 ottobre 2017

BLADE RUNNER 2049: UNA REPLICA ORIGINALE



Per prima cosa, sgombriamo il campo da quello che è stato uno dei leit-motiv della discussione su questo film fin dal suo primo annuncio, ovvero "Sarà all'altezza del predecessore?": questo era ovviamente impossibile e per tutta una serie di motivi. Non soltanto per l'indubbia qualità artistica della pellicola di Ridley Scott (una delle pochissime a potersi fregiare dell'appellativo di "capolavoro" e non soltanto all'interno del genere SF) ma anche e soprattutto per la sua importanza storica, per il modo in cui ha plasmato e fissato nell'immaginario collettivo una visione del futuro diventata successivamente imprescindibile per chiunque abbia voluto cimentarsi in questo genere (e da questo punto di vista possiamo ben dire che Blade Runner ha marcato per la SF cinematografica la stessa linea di divisione che il cyberpunk di Gibson & co. ha fatto per la SF letteraria). Se per i fan di Guerre Stellari è ancora realistico ipotizzare un film che abbia il medesimo impatto di quello del 1977, una così perfetta combinazione di qualità artistica e innovazione narrativo-visuale come quella presente nel film di Scott rientra più nell'unicità che non nella rarità.

D'altronde, non è neppure possibile (né sarebbe corretto) valutare il film senza rapportarlo in alcun modo al suo ispiratore, sebbene ci siano molte persone nel target di riferimento della pellicola che hanno solo sentito parlare del Blade Runner originale: eppure, anche quest'ultime non sono in realtà prive di pregiudizi, proprio a causa di quell'influenza che come dicevamo sopra il film di Scott ha proiettato in tutto il cinema di genere successivo.

E quindi, alla fine, quale giudizio possiamo dare al film di Villneuve?

Un giudizio sostanzialmente buono, direi, con più luci che ombre. Per chi come me ha letto il romanzo di Dick ancor prima di vederne la trasposizione cinematografica ed è quindi legato in maggior modo all'opera di questo autore, saltano subito all'occhio alcuni rimandi espliciti al romanzo, come il continuo riferimento agli animali o lo stesso black-out (dal punto di vista sceneggiativo, un espediente per giustificare lo scarso avanzamento tecnologico rispetto alla pellicola precedente) fino ad arrivare all'ambientazione desertica e post-nucleare della Las Vegas rifugio di Deckard. Anche l'ambiguità riguardo la natura di Deckard stesso, oltre ad essere un comodo espediente per risolvere il dilemma posto da quale delle varie "cut" del film di Scott scegliere come base di partenza, rimanda in modo prepotente ad una delle colonne portanti dell'opera di Dick, quell'interrogativo assillante su cosa sia davvero la natura umana e se in fondo abbia davvero senso cercare un confine, una divisione, tra esseri che pensano, sentono, vivono in modo del tutto identico. La trama, in fondo semplice come quella del primo film, si sviluppa in modo sostanzialmente lineare, senza buchi di sceneggiatura e offre anzi in molti punti spazio per interpretazioni multiple dei fatti, degli "interrogativi collaterali" la cui non risoluzione non inificia affatto la coerenza della sceneggiatura ma la rende più interessante. L'interpretazione dei vari attori è solida, senza sbavature (ma ritengo che la migliore interpretazione di Gosling rimanga quella in "Drive")... al pari del predecessore è la regia ad avere la parte più importante e Villneuve cerca di restare sul filo di un impossibile equilibrio tra lo stile di Scott e qualcosa di originale, pagando forse un prezzo un po' troppo alto in termini di dinamicità. Il film comunque, nonostante il minutaggio elevato, non annoia anche grazie alla stupenda (questa si, senza ombra di dubbio) accoppiata di scenografia e fotografia ed in parte alle musiche di Zimmer, quest'ultimo però in decisa difficoltà nel tentare di staccarsi in qualche modo dalla ingombrante ombra di Vangelis.
Probabilmente, la cosa che mi ha convinto di meno è l'aura messianica di cui si è scelto di rivestire la "figlia replicante". Se da un lato l'esistenza di una organizzazione di una certa grandezza era necessaria dal punto di vista della sceneggiatura per giustificare l'entità dei depistaggi messi in opera, dall'altro questa costruzione stride in modo evidente con l'essenza dei lavori di Dick, in cui le implicazioni universali si riflettono sempre nel personale e quasi mai nel sociale. Roy, Pris e gli altri lottavano per la loro vita, non per la loro specie... ma anche questo, in fondo, potrebbe essere visto come l'inevitabile passo successivo nell'evoluzione degli androidi verso la piena libertà.